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Quando penso a Brandon Boyd penso a “Morning View”. Dopo gli anni scalmanati del nu metal, quella splendida e perfetta finestra di un mondo lontanissimo dalla nostra realtà è il portale magico che mi regala una fuga sicura e, dopo tanti anni, una collaudata porta introvata. Perché “Morning View” non è solo un grande album. Lui ti fa sentire il verso dei gabbiani. Non i gabbiani che qui vediamo aggirarsi nelle discariche di provincia, oh no… Parlo di quelli veri. Quelli che cacciano i pesci prendendoli in picchiata, addentrandosi per un breve istante col muso dentro il silenzio al di sotto della superficie marina. Quelli di Malibu, perché gli Incubus registrarono agli studi Stern House in California e quando dicevano «faccio pausa, ci vediamo tra un paio d’ore» non andavano a fumare o a fare la spesa, ma a nuotare o surfare. E la copertina dell’album raffigura proprio quello che vedevano dalla finestra mentre concepivano “Are You In”, o “Mexico”, o “Wish You Were Here”: una baia blu e una spiaggia piena di promesse. E penso ingenuamente che quella perfezione così ispiratrice sia rimasta tra le note e che accenda lo spirito di chi le ascolta.

Così voglio e mi piace pensare a Brandon sempre allo stesso modo, a come vorrei essere nel momento in cui la mia mente fugge dalla scrivania, dal traffico, dalle lamiere di un treno. Scalzo in qualche loft mentre dipinge, con i lunghi capelli raccolti in compagnia di se stesso o del suo cane, a creare arte perché è per questo che è venuto al mondo. Sulla spiaggia di qualche oceano lontano. Perché nella mia ignoranza da fan, per me, Brandon Boyd è sempre stato e sempre sarà una cosa sola: libertà

Foto copertina di Henry Ruggeri

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So walk tall, or baby, don't walk at all.