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Demri Parrott era per Layne Staley il blu che si fa nero, come diceva Neil Young. Il richiamo oscuro e ancestrale che ti mette in catene. Bella e sorridente, un folletto giocoso che colorava i grigi scenari della Seattle degli anni ’90. Poi, però, sono arrivati i momenti bui. Di lei Layne non riesce a liberarsi. Li unisce, oltre all’amore, una passione pericolosa. L’eroina. Sa che senza starebbe meglio, sa che gli salverebbe la vita. Ma lei continua a ritornare. Gira, incontra altre persone, le infetta con la medesima menzogna, e torna sempre a bussare alla sua porta. Ogni tentativo di disintossicazione/allontanamento è vano.

Quando, un giorno, lei passa dall’inferno in Terra a quello ultraterreno, il cantante degli Alice in Chains si rende conto che sì è portata con sé tutto quello che una volta, tanto tempo prima, lo rendeva umano. Gli ha portato via anche la passione per l’arte. Non rimane niente, un guscio vuoto, quello che polizia e famigliari hanno trovato con la siringa ancora infilzata nel braccio, in un giorno di solitudine uguale a tanti altri.

Demri era la vita di Layne, la sua ragazza di sempre, la musa con cui ha prodotto arte. Dipinti, musica, poesie. È stata anche il suo dolore, la sua dipendenza. La pietra attaccata alla caviglia che lo ha ha trascinato giù in quel buco, Down In a Hole, canzone scritta da Jerry Cantrell ma che, come molte altre poesie dannate degli Alice In Chains, Layne ha fatto sua.

L’ultima apparizione all’MTV Unplugged l’ha incorniciata in una veste di immortale fragilità, impreziosita dall’unicità di una condanna i cui segni solcavano gli spigoli del suo volto sofferente come l’acqua segna la pietra. Quel tempio di talento immenso, compromesso allo stremo, ma che anche negli ultimi fuochi di una carriera breve è riuscito a raggiungerci, uscendo dal grande buco oscuro e senza fondo.

Illustrazione di Malleus Rock Art Lab.

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So walk tall, or baby, don't walk at all.