Skip to main content

Che cosa farai quando Dave ti chiamerà a suonare per la sua band? Perché lo sai che ti chiamerà, vero?” 

In queste ore, tra le tante cose, sto pensando a come possa essersi svolto questo dialogo tra Alanis Morissette e Taylor Hawkins. Era chiaro che c’era un terzo incomodo tra loro, e che la fine della loro esperienza insieme fosse inevitabile.

Parliamo della seconda metà degli anni ’90 e Alanis era probabilmente uno dei più grandi artisti rock al mondo, Hawkins un talentuoso musicista che faceva i conti per la prima volta con il successo, mentre Dave Grohl stava lottando contro chi guardava al suo nuovo progetto come a un tentativo disperato di continuare una passione: tentativo sul quale tutti o quantomeno la stragrande maggioranza di addetti ai lavori e appassionati di musica, avevano pronosticato una fine precoce e ingloriosa.

E invece, ancora una volta, la magia della musica. Un amore che va contro ogni convenienza, fulminante, tra due anime affini. E che ha pagato, eccome. Taylor molla tutto e inizia la sua avventura nei Foos. La magia, dicevo. Avete visto quanto è importante la musica nelle nostre vite?
Quanto grande è il vuoto che lascia quando uno dei suoi pilastri viene a mancare?
Basta aprire le pagine di internet in questi giorni per calcolare il valore umano e artistico di uno che non era un semplice batterista di una delle band più significative degli ultimi 20 anni, ma un vero e proprio talismano contro la negatività.
Uno con il cuore grande, dicono tutti, purtroppo anche letteralmente, un cuore provato da una vita di eccessi e insicurezze celate da una dolcezza e un’affabilità molto rare: non è un caso che una delle ultime immagini che ci rimarranno di Hawkins è un abbraccio a una piccola fan prima di uno show dell’ormai maledetta leg sudamericana del tour.

Ci rimarrà la sua ultima performance in Argentina, quella ‘Somebody To Love’ dei suoi amati Queen, dove appariva in piena forma sia dal punto di vista vocale che da frontman sostitutivo, situazione che avveniva sempre più spesso nei concerti dei Foos. Ci rimarrà il ricordo di It’s so Easy, al Firenze Rocks, assieme ai Guns nel 2017 e infine ci rimarrà per sempre impressa nella mente quell’immagine di Dave Grohl distrutto appena atterrato a Los Angeles che abbraccia, disperato, il suo manager a poche ore dall’aver perso il suo miglior amico e complice.

Per questo trovo difficile che la band che da sempre è stata simbolo di resilienza e del sapersi rialzare dopo una tragedia sappia rialzarsi anche questa volta. Che Dave in particolare possa. Ha prima perso un fratello maggiore, e ora uno minore. Non sarà facile trovare un altro musicista, un altro essere umano speciale in grado di stare dietro a uno dei più grandi batteristi viventi, che possa sostituire il carisma di Taylor e la sua incredibile positività. Amico di tutti, un vulcano di produttività, uno che era diventato il secondo volto più importante dopo quello di Grohl, nella band. Non sarà facile, più di ogni altra cosa, tornare a riproporre il loro rock scanzonato, spesso grottesco, un cosmo fatto non solo di album ma anche di documentari, serie, recentemente anche un film horror, video che vengono ricordati per il loro umorismo spesso sopra le righe, in cui in tutto questo Hawkins non era solo comparsa, ma motore trainante. 

Un duro colpo perché i Foo Fighters, in questi anni difficili per tutti e in particolare per l’industria della musica, erano gli unici che potevano trascinarci fuori dal fango. Fa male vedere Dave in lacrime, uno che aveva seppellito tantissimi colleghi e compagni, e non è mai crollato. Questa volta è diverso, sono preoccupato che uno degli ultimi eroi della musica possa sgretolarsi, che le sue spalle non reggano questo ennesimo colpo. E mentre scrivo queste parole mi rendo conto della responsabilità che hanno questi artisti quando pendono sulla loro testa migliaia, forse milioni di vite che sulle loro gesta puntano tutto. 

Dave, questa volta rialzarsi sarà dura. 

Mai come in questo momento, però, abbiamo bisogno che tu ce la faccia. Per avere l’illusione, per lo meno, che il futuro possa essere misericordioso. Nonostante tutto. E mi detesto in questa posizione da fan, mi sento quasi un vampiro, un parassita che non si cura dell’ospite finchè gli serve, almeno fino a quando questo non molla per poi cercarne un altro. Gli artisti muoiono in giro per il mondo, nelle camere di albergo e nei tour bus, e non è pensabile negare di esserne in qualche modo responsabili. Che il nostro amore non sia in qualche modo il loro veleno, la loro dipendenza, la loro droga. 

Che cosa farai quando ti chiederemo di suonare ancora per noi?

Close Menu
So walk tall, or baby, don't walk at all.