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Vorrei poter descrivere la sensazione che dava Mark Lanegan quando te lo ritrovavi davanti, sopra un palco. Poteva succedere spesso, sapete? Era un artista estremamente attivo e prolifico, tutto considerato. E con tutto considerato intendo due cose: sia per la scimmia che si portava sulla schiena, una scimmia bella grossa, assetata, con la bava alla bocca e malata di rabbia, sia per il fatto che lui si vedeva come un musicista improvvisato e per lo più approcciava la musica come ad una sorta di lasciapassare privilegiato al mondo degli stupefacenti.

Balle. Continuavo a ripetermelo quando sfogliavo con rabbia e risentimento le pagine della sua autobiografia “Sing backwards and Weep”. Balle, solo balle. Parole su parole di corrosivo veleno riversate sul 90% dei suoi colleghi e la demolizione di uno dei miei miti della gioventù, i suoi Screaming Trees, da lui riletti come una sorta di farfuglio musicale di dilettanti allo sbaraglio, un gruppo di sociopatici caratteriali senza capo né coda.

Non ci provare Mark, non con me. Non c’è bisogno, davvero, di tutta questa violenta sincerità nel ribadire un concetto che tutti hanno ben chiaro da decenni. Sei uno stronzo, ricevuto. Ma non solo questo non scalfisce minimamente l’altare mitologico che tuo malgrado è stato eretto sulle ossa dei tuoi colleghi caduti, anzi.

Vorrei poter spiegare come anche questo abbattimento autoinflitto influisse nel decadimento quasi fisico dello stomaco alle prime note che uscivano dalla tua bocca piena di denti marci per l’eroina prima, ricoperti d’oro dopo. Ti lasciava senza fiato, e lasciate perdere i modi di dire. Era letteralmente così. Quelle nocche che stringevano il microfono, tatuate con stelle nere, anzi bluastre, tatuaggi tipici di persone che badano più al significato che all’estetica del segno, nocche bianche e furiose che erano la prima cosa che anteponeva tra lui e il suo pubblico. Una comunicazione mimica e artistica tutta in sottrazione.

Foto © Henry Ruggeri

L’abbiamo capita Mark, non ti piacciono le persone.  Un pugno chiuso sul suo strumento principale, il microfono, che nessuno può davvero credere ti sia capitato lì per caso.

Vorrei poter spiegare, sul serio, che era come la sensazione che danno oggi le cuffie di nuova generazione, quelle che ti isolano dal mondo sonoro e ti fanno ascoltare solo quello che devi ascoltare, come se non esistesse altro. Come se addirittura l’aria si esaurisse, le particelle d’acqua si asciugassero essicando tutto, dentro e fuori. Come se davvero esistesse non qualcosa lassù, ma viceversa qualcosa laggiù, dove tutto brucia, tutto è dannazione e tutto è disperazione, e tu avessi la dote innata di soffrire quel che c’è da soffrire, sacrificare ciò che c’è da sacrificare, e marcire per noi, morire per noi, e trasformare tutto questo in poesia.

E resuscitare per noi. Questo è, tuo malgrado, umanità. Ti ho capito sai. Anche a me non piace la gente, ma vorrei lo stesso poter spiegare a tutti cosa significavi per me. 

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So walk tall, or baby, don't walk at all.