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La salute mentale è una risorsa e, come tante altre, si sta esaurendo. La bilancia delle cose che nascono in un piatto, e le cose che finiscono nell’altro, si sta inclinando verso il lato sbagliato.
Parliamo di rock, ovviamente, anche se volendo potremmo estendere questo grande nulla a tutti i campi. La nostra passione è qua però e qua stanno tutti i nostri eroi.
Quelli che rimangono, per lo meno.

Sono passati 5 anni dalla morte di Chris Cornell e poche settimane da quella del batterista dei Foo Fighters Taylor Hawkins. Entrambi sono morti lontani da casa, tutti e due in una camera d’albergo. Separati dai loro cari, e ancor più importante, separati da un contesto più sicuro per la loro condizione psico-fisica compromessa.

Sono caduti sul campo, in tour.

A questi livelli, ai loro livelli, non è più una questione individuale, non lo fanno solo per garantire una vita agiata a se stessi e ai loro famigliari. La loro arte tiene in piedi un’industria i cui confini si perdono
all’orizzonte
, composta da migliaia di lavoratori, per non parlare delle sorti e della soddisfazione di milioni di fan adoranti. Provate un attimo a farvi un’idea della grandezza esponenziale della pressione che queste persone devono sopportare, in antitesi ad un lavoro che tutti adorerebbero fare e che, almeno all’inizio del loro viaggio, loro stessi amavano. Difficile immaginarlo, facilissimo banalizzare.

I mastodontici ingranaggi però non lasciano scampo ai sentimenti, alle passioni, trasformano tutto in utile, una catena di montaggio che non si può fermare mai, figuriamoci dopo due anni di stop forzato a livello mondiale.

Fanno male, ma non sono una doccia fredda, le ultime rivelazioni di Matt Cameron dei Pearl Jam e di Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, (che hanno poi ritrattato accusando la testata che ha riportato le loro dichiarazioni di spettacolarizzazione e uso fuori contesto) secondo cui Hawkins aveva espresso al gruppo e ai manager di non riuscire a sostenere il tour in corso, richiesta ignorata con conseguenze tragiche e ben note.

Innanzitutto va detto che non siamo abituati a veder offuscata la lucente positività che ha sempre circondato Dave Grohl e soci, ma secondariamente, nonostante le smentite, non possiamo far finta che quelle parole non siano state pronunciate per davvero. Contesto o meno, non possiamo non stigmatizzare il fatto che sono state dette non da degli sprovveduti del music business, ma da due esponenti di spicco, di band altrettanto di spicco, ed è difficile pensare che due “vecchie volpi” di tale caratura si siano fatti abbindolare da qualsivoglia giornalista.

Alla fine, nelle presunte dichiarazioni di Taylor, non c’era nulla se non della verità e questa è quanto più palese quanti sono gli esempi di colleghi che l’hanno vissuta, più o meno tragicamente, sulla propria pelle. Pensiamo a Scott Weiland, anche lui persona fragile, che invece di curarsi in clinica è andato a morire nel tour bus all’esterno di un’anonima tappa del suo ultimo tour solista. A James Hetfield che recentemente è scoppiato in lacrime esponendo sul palco tutta la sua fragilità nei confronti del suo lavoro, con la paura di non riuscire più a sostenerlo. Pensiamo a Mike Patton che per curare la salute mentale ha costretto il suo gruppo, i Faith No More, ad annullare il tour di reunion o a Ozzy, un vecchio rocker che ha un tour mondiale mastodontico che lo aspetta al varco, rimandato ormai da anni, che lotta con la salute per stare in piedi e tener fede agli impegni.

Facile iniziare a sentirsi a disagio di fronte a questa situazione, e altrettanto facile è fare sempre più fatica a godersi la nostra passione pensando ai nostri “eroi” come a persone intrappolate in un gigantesco tranello che vampirizza il loro spirito e ci trasforma in potenziali complici di una loro precoce fine.

Dopo tutto questo tempo di astinenza, la macchina ha ripreso a ruggire oltre il limite massimo di sicurezza, per recuperare terreno. E domandarsi se questo 2022 e il prossimo 2023 non lasceranno una cicatrice indelebile al mondo del rock che non sta riuscendo a rinnovarsi, e che quindi arranca con gli stessi protagonisti di venti, trenta, a volte anche di quaranta anni fa, ormai schiacciati da troppe battaglie, troppi chilometri, affievoliti come burro spalmato su troppo pane, non è più banale.

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So walk tall, or baby, don't walk at all.