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«Cammina tra noi, ma non è uno di noi» recitava una delle tagline più celebri della serie cult “Lost”. Una frase che ho inconsciamente cucito addosso a Hozier, dal primo momento in cui l’ho visto sul palco. Era magnifico, imprendibile. Con quell’aura mistica che è sempre appartenuta ai grandi, agli artisti che in qualche modo sembrano provenire da un altro pianeta, uno più evoluto del nostro. Un po’ come Bowie, anche Hozier mi dava l’impressione di aver scelto deliberatamente la Terra come sua casa, forse perché ammaliato dagli incredibili casini che combiniamo quaggiù. Dobbiamo ammetterlo: siamo belli da raccontare, nel bene o nel male. Eppure, per quanto sia affascinante l’idea dell’artista extra-terrestre che non ci meritiamo, non è sul palco che va esplorata la natura del giovane cantante irlandese, che ha sempre detto di sentirsi un autore, molto più che un performer. Mi è bastato infatti approfondire i testi e le intenzioni, indagando con curiosità la sua musica, per capire che mi sbagliavo e ritrovarmi davanti all’evidenza della sua straripante umanità.

«Dicono che la mia musica sia indie-gospel, ma anche soul e folk. Non so perché abbia tutto questo successo» – affermava nelle prime dichiarazioni in merito all’esplosione della hit “Take Me To Church”, nel 2013. Un brano non pensato per essere un inno universale, un testo anche leggermente frainteso. Non è una critica diretta alla Chiesa, nessun attacco alla fede: «Parla di autoaffermazione, del reclamare la propria umanità con un atto d’amore». Non proprio la sensibilità di un extra-terrestre, vero?

Come accade a ogni umano-molto-umano, Hozier cova un senso di solitudine che emerge impetuoso dai suoi brani più intimi, dove l’unica cura sembra essere, appunto, sempre e solo l’amore. «Never feel too good in crowds» recita il primo verso della sua “To Be Alone”, che poco dopo trova risoluzione in un «It feels good, girl, it feels good / Oh, to be alone with you». È il più bel modo di affrontare il problema, quello di raccontarlo di pari passo con la sua soluzione. Missione portata avanti anche nel suo ultimo album, “Wasteland, Baby!” (2019), dove ha cercato ancora una volta un equilibrio tra la critica cinica, condita dal sottile humor irlandese, e nuovi e potenti messaggi di speranza. Come quello veicolato dal bellissimo singolo “Nina Cried Power”, dove le grandi donne che hanno ispirato la sua arte diventano la bandiera da sventolare in faccia al decadimento.

Forse è così: più si è umani, artisti, profondi, più ci si allontana da quella collettività sempre pronta all’inseguimento. Ma quando si ha un dono, come quello che ha Hozier, diventa vitale fare in modo che conti davvero qualcosa. Smettere di nascondersi, fare un passo al centro della folla e farsi sentire. Ed è proprio coltivando il buono che fiorisce nell’aridità, lottando contro ciò che corrompe l’anima del mondo, che la voce di Hozier prende per mano ogni cuore dannato che “cammina tra loro”, pur non essendo uno di loro, e gli dà un posto sicuro in cui trovare un “noi” di cui far parte.

Buon compleanno Andrew Hozier-Byrne. E grazie.

Foto copertina di Mathias Marchioni.

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So walk tall, or baby, don't walk at all.