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La mia percezione di “The Joshua Tree” è cambiata nel momento in cui ho smesso di immaginare il deserto come l’ambientazione delle sue tracce e ho iniziato a vederlo come lo scenario – ideale ma anche reale – della loro gestazione. Quel “Desert Songs”, ricordato ancora oggi come uno dei primissimi titoli del quinto album in studio degli U2, non va quindi inteso come “canzoni del deserto”, quanto più come “canzoni dal deserto”.

Ascoltando i sussurri trasportati dal vento, lontani dal rumoroso ticchettio asincrono degli orologi del Mondo, in mezzo alle terre desolate si è costretti a fare in conti con se stessi, con i propri limiti, paure e speranze. È il posto dove sia le mancanze che le presenze diventano assolute. Il posto dove è più facile azzerare le disuguaglianze, per ritornare all’essenza di ogni cosa. Così i pensieri vanno più a fondo, scavano tra la sabbia per raggiungere il nucleo della Terra, mentre il silenzio stana ogni emozione recondita, amplificandone la portata. Ispirazione e creatività si diramano, dal centro del pianeta ai suoi angoli più remoti e inaccessibili, per raccontare sia il quotidiano che l’inusuale, ma con mezzi universali.

“The Joshua Tree”, con le sue canzoni dal deserto, è il perfetto equilibrio tra pensiero e sentimento. Ogni aspetto del disco, sia sonoro che tematico, nasce da un ragionamento e da una volontà ben precisa, ponderata. Come le tastiere di “Where The Streets Have No Name”, la prima cosa che sentiamo riproducendo l’album, pensate per essere il naturale proseguimento di “MLK”, traccia conclusiva del precedente “The Urforgettable Fire”. Una sorta di narrazione fluida e perpetua. Eppure, tra un’idea geniale e l’altra, sono i sentimenti di Bono, The Edge, Adam e Larry a dare forma all’opera, riuscendo a raccontare  l’America e il mondo a partire dalla propria percezione.

L’equivoco è sempre lo stesso che accompagna la band irlandese per quasi tutta la carriera: scambiare un intento evocativo per uno predicatorio. Gli U2 sono prima di tutto degli storyteller, che in “The Joshua Tree” esasperano con passione ciò che The Edge stesso ha definito “un suono cinematico”. Sono note, parole e immagini che corrono e si rincorrono, disseminando gli sterminati ambienti desertici americani di suggestioni pronte a scaturire in un miracoloso germoglio.

Foto copertina di Henry Ruggeri.

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