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Un tifone per non prendersi troppo sul serio

Panoramica: il disco


Sono cambiate tante cose, siamo cambiati noi e sono cambiati i Royal Blood. Seguitemi: se prima avevamo una macchina da corsa, cavalli e ottani nel rombante motore, il duo di Brighton ora preferisce i coprisedili leopardati, qualche gingillo luccicante a pendere dallo specchietto retrovisore e tante luci fluo che pimperanno il mezzo trasformandolo in una lattuga di mezzanotte difficile da ignorare sulla strada del più vicino dancefloor. È un meccanismo al quale hanno già pensato in parecchi, dai Muse ai Queens Of The Stone Age e per ultimi i Foo Fighters: se vuoi tentare di soddisfare i tuoi fan e al contempo rastrellare la maggior parte possibile dei restanti astenuti, bisogna mirare alle viscere. Bisogna farli ballare. Battere a ritmo il piedino è un rito che unisce tutti i popoli. Basta pigiare un po’ sull’acceleratore della coolness ed ecco che con “Typhoons” i Royal Blood trascendono lo status di rock band per diventare altro, tirando in ballo quelle tre lettere tanto odiate da buona parte dei musicisti di tutto il mondo: pop. In questo caso però ci si porta dietro con fierezza un’accezione positiva, un’attitudine inclusiva che non fa prigionieri. Questo album, con la sola eccezione della sorprendente ballata finale “All We Have Is Now” lo si può ascoltare dall’inizio, lo si può ascoltare al contrario dall’ultima traccia verso la prima, lo si può incontrare accidentalmente a metà o a tre quarti, e la sua carica intrattenitrice non varierà. E questo non certo per una colpa attribuibile a troppa omogeneità del suono, anzi. È piuttosto perché le idee sono tante, distribuite bene e la carica di divertimento non cala di un bit. Portatevi dietro “Typhoons” ovunque andiate e probabilmente non farete mai una cattiva figura, a meno che non dobbiate andare al club del libro. 


Fa bollire il sangue nelle vene

Zoom: la canzone


Sono usciti un sacco di singoli ad anticipare il sound di questo nuovo album dei Royal Blood, da “Trouble’s Coming” a “Limbo” con in aggiunta la title-track. Ma è stata lei a stupirmi per davvero, “Boilermaker”. Perché finalmente è stato esplicitato l’oggetto di commenti che già dagli esordi del 2014 mandavano al riferimento stilistico dei Queens Of The Stone Age. Viene così presentato in pompa magna come produttore di questo unico pezzo Josh Homme, definito da Mike e Ben “Maestro Jedi” della musica. Questi tre minuti e mezzo di groove sono un omaggio cristallino al loro sound unico che grazie anche al video riporta alla mente i bellissimi disegni dell’artista Bonehead di Liverpool, che aveva creato il cortometraggio in accompagnamento all’album “…Like Clockwork” del 2013, il miglior album dei QOTSA dai tempi di “Song For The Deaf”. Bastava andare a rivedere gli ingredienti della ricetta: sbruffonaggine, il loro “worst behaviour”, citando direttamente il testo, il fascino dell’estremo e delle cicatrici, delle risse nel retro dei bar di provincia che puzzano di piscio, le bottiglie rotte usate come fendenti e le borchie insanguinate. Una violenza latente che sa di anticonformismo. In un album che punta al piacere a tutti a tutti i costi, una perla, una outsider. 


Da Rookie of The Year a punto di riferimento in poche semplici mosse

Frame: l’aneddoto


Non entrava nemmeno più uno spillo quella sera all’Alcatraz. Eravamo alle porte della primavera del 2015, sembra passata una vita. Era un periodo piatto, a parte pochi scossoni riconducibili a pezzi grossi come The Black Keys e Kings Of Leon, il rock languiva in un torpore sonnacchioso, senza emozioni, provocazioni, niente di riconducibile al suo sacro fuoco. È in questo contesto che i Royal Blood irruppero come un tifone (ecco) e come salvatori della patria. Lo diceva persino Jimmy Page, che erano gli eletti. Pillola rossa, e vediamo quanto è profonda la tana del Bianconiglio. Quell’album omonimo, del 2014, era perfetto. Tanto perfetto e potente da creare un’aspettativa che ha messo a dura prova l’emancipazione del successore “How Do We Get So Dark?” del 2017 e quasi portato alla perdizione il frontman Mike Kerr, per motivi visti e stravisti nella storia del rock. Nonostante questo, oggi i Royal Blood sono arrivati senza tanti proclami ad essere una realtà consolidata, e non più degli esordienti d’eccezione. Questa metamorfosi non è avvenuta di botto, come un’esplosione, ma piano piano, come un lamento. Quando nascono gruppi nuovi come i Cleopatrick o come i Dead Poet Society e vedi che sono accostati a loro, per esempio. «Sembrano i Royal Blood», leggi o senti dire davanti ad una birra, ricordando quel giorno in cui li hai visti la prima volta dal vivo come il nuovo che avanza, e ti rendi conto che il tempo è una ruota e che il rock non morirà mai. 

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So walk tall, or baby, don't walk at all.