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Le rockstar sono irraggiungibili, quasi dubiti abbiano vite normali. Avvolte da un alone di mitologia loro cantano e noi ci tatuiamo le loro parole sulla pelle, facciamo delle loro gesta questioni di vita o di morte. Ma non sono mai veramente nostri amici, o confidenti. A parte Dave Grohl, che ti fa sembrare davvero di essere seduto al suo fianco in quel van scassato, quello usato per il primo vero tour dei Foo Fighters nel 1995, Anno Uno dopo Kurt. E ascolti ogni sua parola, con quegli occhiali e quella barba ormai striata di bianco ti senti abbastanza in confidenza da rispondergli «Oh dai amico, questa è una cazzata te la sei inventata!» o urlargli contro perché magari guida di merda.

Il fatto è che “What Drives Us” risponde in maniera commovente alle due domande introdotte dal doppio senso di questo titolo, ancora una volta geniale. E fa questo miracolo: ci mette sullo stesso piano dei nostri miti. I van li hanno guidati da un posto all’altro, queste rockstar messe davanti ad un microfono e spinti a ricordare quei vettori da sogno che li hanno letteralmente mossi da una condizione di anonimato a quella di star mondiali e idoli di folle oceaniche. Ma c’è anche la domanda spirituale, composta dalle stesse parole ma che si spinge più nel profondo: cosa li spinge a fare questo? Perché sopportare tutta questa merda, il freddo e le interminabili ore di condivisione di spazi angusti? È come un matrimonio, dicono, veniamo a sapere che anche i Beatles scoreggiavano. Eppure, pare sia l’unico modo di vivere come band.

Quando ricordano questi rituali sporchi ma sinceri, Flea, Steven Tyler e Ringo Starr, Brian Johnson e Lars Ulrich, St. Vincent (Annie Clark), The Edge, Slash e Duff McKagan si animano tutti di una luce che risplende nei loro occhi, un fuoco che ha poco a che vedere con i milioni e le ricchezze accumulate negli anni. Tutti ricordano questo come un rituale di emancipazione da una condizione di povertà, violenza o solo noia. Una condizione talmente opprimente, o pericolosa, o alienante da spingere gli artisti ad accettarne un’altra non meno patetica e piene di sofferenze, patimenti e stenti, ma colorata dai sogni di un futuro di successi e di musica. Così Grohl riesce ancora una volta a spiegarci cosa sia il rock, o cosa dovrebbe essere. A raccontarci da dove viene, in una girandola inebriante che parte dal punk hardcore dei D.O.A. e dei Black Flag e arriva agli stadi pieni di AC/DC e Guns N’ Roses.

Guardando questo documentario ideato e girato da Dave veniamo a sapere che i pilastri della musica che ascoltiamo tutti i giorni hanno scoperto la loro passione proprio come noi, e che salire su un van scassato è la metafora di una forza di volontà che è alla base di ogni amore, di ogni pazzia giustificata da nulla di concreto, perché se no che pazzia sarebbe? È, in una parola, il rock and roll.

Uno sguardo alla condizione attuale ci lascia però con un groppo in gola e con una certa apprensione per il futuro. Non a caso il faccione di Lars Ulrich ci ricorda la sua battaglia tanto demonizzata ai tempi contro Napster, e a questo proposito Flea ci lascia con una riflessione e alcune domande inquietanti: perché tutte le più grandi band rock, quelle che riempiono gli stadi, lo erano già prima dell’avvento di internet? Perché nessuna band di questa portata è mai nata dopo? Sono forse queste due entità in antitesi? E se questa tendenza non verrà sconfessata, cosa ne sarà del rock da stadio dopo che questa generazione di vecchi leoni se ne sarà andata? 

Foto copertina di Mathias Marchioni.

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So walk tall, or baby, don't walk at all.