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Holding Absence - The Greatest Mistake of My Life

Una Rock Opera emotiva, performed by Holding Absence

Panoramica: il disco


Gli Holding Absence sono una rock band, nell’accezione più libera e contemporanea del termine. Ma il background – è evidente – è quello emo. Una scena che da qualche anno, marciando con orgoglio sulle note dei numi tutelari (sì sì, i My Chemical Romance), sta risorgendo sotto l’etichetta universale del “post-hardcore”, mescolando singoli ipertrofici a grandi ambizioni melodiche. Ecco, se parliamo di ambizione, il secondo disco del combo gallese dovrebbe comparire sicuramente tra gli highlight di quest’anno. “The Greatest Mistake of My Life” è un kolossal: ogni aspetto di questa produzione è pensato per attirare la nostra attenzione e lasciare un segno. Il titolo iperbolico, introdotto da un solenne “Sharptone Records Presents”, viene spiattellato sull’artwork con un font massiccio e invadente. Anche l’immagine di sfondo è evocativa, come una curatissima messinscena dove ogni dettaglio ha un’intenzione e un messaggio da consegnare. “Performed by HOLDING ABSENCE”, si legge in calce alla copertina. Il semplice nome dell’artista non bastava? Eh, no.

I ragazzi non si fanno mancare nulla e corredano il loro lavoro di un intro e un outro. L’album comincia infatti con un minuto strumentale che è un risveglio: «È il primo respiro dopo un lungo sonno. Il momento subito dopo un’epifania. “Awake” è una canzone sulla nascita della speranza, l’incipit perfetto per un disco», dice la band. Anche l’incipit perfetto di un dramma annunciato, aggiungerei io. Mentre infatti la prima vera traccia, “Celebration Song”, esordisce con un urlo di liberazione (“I’m Alive”), quella conclusiva, l’epica “Mourning Song”, delinea un insuperabile confine di disperazione: «If this is my last chance to sing you to sleep, then let this be my mourning song». Tutto l’album è un gioco degli opposti, tra amori eterni e amori impossibili, doni e maledizioni, speranza e oblio, vita e morte. Armonie pop e sfuriate al limite del metalcore.


Dalla scala di grigi ai colori che non esistono

Zoom: la canzone


«”Curse Me With Your Kiss” è un brano su chi sceglie di andar via e su come la loro assenza può tormentare ogni nostro singolo passo», si legge in un post degli Holding Absence. Anche se nulla può superare la perfezione radiofonica di “Afterlife”, la profondità del testo di “Beyond Belief”, o la potenza espressiva della doppia narrazione di “Die Alone (In Your Lover’s Arms)”, la mia traccia preferita è proprio “Curse Me With Your Kiss”. La classica canzone sulla quale torni appena hai finito un ascolto completo di tutto il full-length. La pagina sulla quale appoggi il segnalibro. Una tempesta emotiva e sonora che musicalmente è il ponte di collegamento con l’esordio, ma parallelamente rappresenta il nuovo disco nella sua intenzione più pura. La faccio semplice: è il passaggio da una scala di grigi a tutta la tavolozza di colori. C’è l’idea di espandere la gamma delle emozioni, ma anche dei generi musicali a disposizione per raccontarle.

Le chitarre e il pattern di batteria tipicamente post-hardcore sostengono la grande espressività della voce di Lucas, che esplode nel ritornello: «I dream of you / In colours that don’t exist». Come vedere i colori per tutta la vita e poi accorgersi che esisteva un altro livello di daltonismo, evidente solo quando si sogna ciò che si è perduto. Qualcosa di inafferrabile al risveglio.


Le imperfezioni di un vecchio vinile

Frame: l’aneddoto


Ho accennato alla presenza di un outro. Riconosco che è un modo un po’ limitante e forse improprio di definire il dodicesimo pezzo in tracklist. Ma questo dettaglio meritava un frame a sé, perché racchiude tutto il romanticismo – nel vero valore semantico del termine – con il quale la mente del cantante e autore Lucas Woodland ha costruito il secondo album in studio degli Holding Absence. A chiudere l’opera c’è il rumore delle imperfezioni di un vinile consumato, che fa da sottofondo alla title-track “The Greatest Mistake of My Life”, che non è altro che una cover di un minuto e ventisei secondi di un brano dell’attrice e cantante inglese Gracie Fields, direttamente dalla fine degli Anni Trenta.

Come ci è finita una canzone di più di ottant’anni fa nel disco di una giovane band di Cardiff, nel 2021? Per trovare la risposta bisogna tornare indietro di un paio d’anni, poco dopo la pubblicazione dell’esordio omonimo della band e al momento in cui Lucas si recò da sua nonna, per farglielo ascoltare nel suo storico giradischi. «Non sei il primo in famiglia a registrare un vinile, sai?», disse la nonna. Raccontò di un suo zio che, negli anni Sessanta, incise su un 7 pollici una versione a cappella di una vecchia canzone intitolata “The Greatest Mistake of My Like”. Per Lucas fu una folgorazione. Cercando su Google trovò il brano originale in un misterioso video di YouTube con qualche decina di visualizzazioni, e capì subito che quella musica era arrivata a lui, attraversando nell’anonimato tutti quei decenni, per un motivo: essere la scintilla per il secondo, magnifico album degli Holding Absence.

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