Skip to main content

Da lontano lo potevi scambiare per un fagotto di vestiti abbandonato. Non saprei dire perché, forse per la sua immobilità, oppure per i suoi contorni privi di una forma riconoscibile. Uno dei tanti relitti di una società stanca e disattenta. Stava lì, lo potevi trovare nel tunnel che sovrastava l’autostrada e ti portava al Forum di Assago, oppure lo potevi trovare sotto un albero davanti all’Alcatraz di Milano, proprio di fianco al tizio che ti vendeva le magliette “taroccate”. Sul viale adiacente ad un autodromo, o di fronte ad un teatro. L’importante era che nelle vicinanze si svolgesse un evento musicale. Ignorato dai passanti, ad un controllo più accurato si svelava pian piano per quello che per me, e sono sicuro molti altri, era: un totem di un mondo che non c’è più. Tra le varie sagome indistinte del caos che formavano quel cumulo scuro, il tuo occhio, al pari di come si abitua al buio della notte dopo un po’, riusciva ad estrapolare la ben nota figura di una chitarra. Uno schema non più casuale ma armonioso e nobile. Era una vecchia Fender suonata con ipnotica rabbia a stento limitata dalle scarse possibilità di un piccolo Marshall posato sul suo carrello, fedele compagno del suo vagabondare. Era talmente chino sul suo strumento che era impossibile distinguere qualcosa del suo volto. Tutto quello che potevi sapere su di lui era ciò che vedevi davanti ai tuoi occhi, i suoi capelli bianchi che uscivano dal floscio cappello di feltro, la massa indistinta di capi indossati uno sopra l’altro ammassati alla sua esile figura, ad aumentarne esponenzialmente l’ingombro nello spazio. Quei vestiti erano e tali rimanevano, che fosse dicembre o giugno, che piovesse o che splendesse il sole. Da sotto quel cappello, se ti avvicinavi abbastanza, potevi sentire la sua voce accompagnare i riff di chitarra intonando i classici di sempre del rock. Lui si piazzava sulla via per arrivare alle arene dei concerti e suonava Hendrix, Dylan, Young. Era fuori dal tempo, e di certo questa era la cosa che più mi affascinava. Lo trovavi a concerti di qualsiasi genere, dal metal al pop, ma sempre lui abbozzava quelle canzoni da libro di storia. Come la sua postura, che esprimeva un disinteresse totale per il tempo che stava vivendo, per lo stato della musica e del suo pubblico. Lui era lì, si cibava dell’energia dello show che avveniva a pochi metri, dell’eccitazione del flusso di persone piene di aspettativa che si recava verso i cancelli, ma per il resto lui guardava solo dentro di sé.

Avevo la sgradevole sensazione che la sua fuggevolezza lo avrebbe trasformato presto in un fantasma da pochi ricordato, se non avessi in qualche modo immortalato la sua esistenza. Ed è un così strano segno del nostro tempo che abbia trovato necessario farlo con un post sui social e non urlando in mezzo alla strada indicandolo e invitando la gente a formare un capannello, un pubblico che potesse dargli ascolto che meritava. Che quel vecchio apparentemente innocuo rappresentava molto di più, era la connessione con la vera essenza del rock. Insomma, ho provato a fotografarlo con il telefono. A quel punto il vecchio musicista è uscito dal suo guscio, quello di una vecchia tartaruga stanca del suo tempo ma incapace di abbandonarlo, per rimproverarmi: «Niente foto!» . Allora mi sono come destato da un’ipnosi, chiedendomi cosa stessi facendo. Pieno di vergogna. Come se avessi profanato un tempio, un luogo mitico offeso da una pratica superficiale, sciatta, che contrasta con la regalità del passato. Quel passato al quale siamo e saremo sempre legati dal filo spinato della nostalgia.

The Zen Circus - Bologna - Mathias Marchioni
© Mathias Marchioni – Rocks and Shots

Quanto mi mancano i concerti. La musica è ancora nostra, grazie alla nostalgia. Siamo come quel vecchio che ha chiuso i battenti al mondo esterno e che guarda solo dentro il suo mondo fatto di cose già avvenute. Eventi divenuti altari che andiamo a visitare e onorare, immobili al tempo. Perché dentro quei simulacri ci sono tutti i ricordi distorti che ci dipingono come la persona che vorremmo essere, o tornare ad essere. La musica nuova non respira più nei live, e non si veste più di ricordi e di persone, di sensazioni. È un click su una piattaforma, alla meglio qualcosa che ancora una volta ci riporta ai nostri luoghi interiori. Il mondo è chiuso. Lo sarà ancora per molto. Quello che più mi riempie di nostalgia è pensare a tutti quei personaggi che coloravano i miei rituali. Non solo quel vecchio logoro, ma anche quei ragazzi che vedevo al merchandising, e che riconoscevo ogni volta in qualsiasi posto d’Italia. Cosa c’era dietro il loro lavoro? Un mondo. Migliaia di mondi che ruotavano sulla capocchia di spillo dell’evento live. Vi ricordate quei ragazzi che accordavano gli strumenti sui palchi, che attaccavano le scalette al pavimento in mezzo agli amplificatori, che avevano sempre l’aria di aver passato una nottata contromano ma che con precisione e maestria maneggiavano cavi, sostegni, interruttori? I fotografi, bigliettai, baristi. I giornalisti che spiccavano nella folla perché si muovevano come se fossero ad un convegno piuttosto che ad un concerto. I bagarini. Persino loro, che ho sempre guardato con irritazione, ora mi mancano. Dove sono tutte queste persone, come se la passano? Quando tutto tornerà, saranno ancora lì? Perché il live è tutto questo.

In questi giorni sospesi e rubati che mai nessuno ci renderà, dov’è quel vecchio? I templi della musica live sono chiusi. Molti, per sempre. Penso a tutte quelle comparse, che lo erano per me come io lo ero per loro. Sono tornati ad essere persone normali, di un mondo normale? Per noi erano eroi, tutti quanti e nessuno escluso. Ora rischiano di diventare fantasmi nei nostri ricordi, figure dai lineamenti indistinguibili come l’immagine che la musica che amiamo dava di noi stessi. Perché senza questo ci sentiamo come se ci mancasse qualcosa, una voglia orfana della sua esigenza. Come afflitti dalla sindrome del braccio mancante, avremo sempre l’impressione di averlo attaccato alla spalla, anche in sua assenza, condannati a voler afferrare qualcosa senza poterlo più fare.

The Zen Circus - Bologna - Mathias Marchioni
© Mathias Marchioni – Rocks and Shots
Close Menu
So walk tall, or baby, don't walk at all.