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Tra i tanti momenti importanti nel ricordo di un concerto ce n’è uno, invisibile, che a volte supera la prova del tempo meglio di altri e cementifica nel cuore dei più sensibili. Quel momento è un archetipo che chiamo “l’apnea”. Potrebbe essere l’esatto secondo che precede l’inizio dello show, oppure l’intero cambio palco tra opening e main act, o addirittura il viaggio, la giornata, il mese d’attesa. Anche una vita intera. Un segmento temporale diluibile ma sempre preambolo di qualcosa di straordinario.

Spesso non trova posto nei live report perché troppo personale, magari poco professionale e di scarso interesse per chi non conosce direttamente la persona che si cela dietro la penna. Apparentemente è l’araldo dell’autoreferenzialità, ma in quei silenzi e in quei dettagli più intimi si nasconde un principio universale che accomuna quelli come noi. Quelli che davanti a un palco hanno trovato un pezzo di loro stessi. Quelli che lì, in mezzo alla folla – che fosse di decine o di decine di migliaia – si sono sentiti a casa. Hanno pianto, riso, cantato, urlato, amato. In quegli istanti risiede forse la vera risposta universale alla domanda: perché è così importante la musica dal vivo?


U2 – 360° Tour (2010)

Torino, Stadio Olimpico

Questa è un po’ come l’apnea dei neonati prima di urlare la loro perentoria dichiarazione di venuta al mondo. Sono qui, e il “qui” non è la stanza di un reparto ginecologico di un ospedale, ma lo Stadio Olimpico di Torino. Al centro del campo c’è The Claw, l’artiglio, l’imponente palco del 360° tour degli U2 che domina l’impianto dal 22 giugno. Da quella data Bono Vox e soci si sono appropriati dello stadio – o forse della città intera – per le lunghe prove che porteranno alla ripresa del tour internazionale. Durante il mese di luglio, passeggiando per Piazza d’Armi, si poteva sentire la band irlandese suonare in pieno giorno, nell’intento di ritrovare la formula magica con la quale stregare il mondo.

Oggi è il 5 agosto 2010 e sto entrando allo stadio. Mi sento come sulle montagne russe, poco prima che quella diavoleria si metta in moto. Sento la ferraglia sgranchirsi, pronta a farmi ballare gli organi e so che forse mi conviene prendere un bel respiro e conservare quel poco di ossigeno che i miei polmoni possono contenere, ché non so quando riuscirò a farne entrare di nuovo. È l’apnea che precede il primo concerto della mia vita.

U2, 360° Tour - Henry Ruggeri
U2 – © Henry Ruggeri

The Killers, Battle Born Tour (2013)

Londra, Wembley Stadium

Vedo lo steward londinese allargare le braccia, come se quel modesto insieme di carne e ossa potesse impedire a una folla di decine di migliaia di persone di avanzare e andare a prendersi il PIT del Wembley Stadium. Per qualche motivo, però, nessuno di noi si muove, anche se il pietrisco sotto i nostri piedi sembra tremare. Ci fissa tutti, fissa anche me. Poche parole, significative, seppur inutili: «Please, be careful. Don’t run!». Le sue braccia si abbassano e le nostre giunture scattano. Continuando a trattenere il respiro, con la vista annebbiata, corriamo tutti come agonisti per raggiungere quel nostro meritato posto nel settore più ambito dello stadio più famoso della storia della musica. Inchiodo, cercando di non franare sui pochi che sono riusciti a piazzarsi davanti a me. Finalmente espiro e realizzo: è tutto vero.

«The stars are blazing like rebel diamonds cut out of the sun

Can you read my mind

The Killers – Read My Mind

Architects, Rock Im Park (2016)

Norimberga, Zeppelinfield

L’aria è pesante. Siamo in un palazzetto, col suo bel pavimento solido, ma ogni respiro sembra far sprofondare le scarpe di qualche centimetro in un terreno melmoso. I roadies che trafficano sul palco sembrano muoversi più lentamente del solito. Anzi no, non è un problema di velocità di riproduzione, è più una questione di frame per secondo. Sono molti meno di quelli con i quali solitamente viene proiettata la nostra realtà. Qualche fotogramma salta, perso negli interstizi temporali di quella strana attesa.

Il vero motivo è nel backstage e ha un nome: Tom Searle. Chitarrista, tastierista e membro fondatore degli Architects, 28 anni, gli ultimi tre dei quali convissuti con il cancro che l’ha costretto a rinunciare a tante cose, tra cui l’intero ultimo tour. Ma non quei due concerti: Rock Am Ring e Rock Im Park, in Germania. Saputo che per lui non c’è più nulla da fare, Tom decide di salire sul palco ancora un paio di volte e salutare i fan nel modo migliore che gli sia concesso: suonando. Corde di chitarra che sono corde dell’esistenza. Nessuno di noi sa che quella sera in particolare, il 6 giugno 2016, stiamo tutti partecipando a un concerto di addio. L’ultimo, il più sentito e doloroso. Nessuno lo sa, però tutti urlano, saltano, pogano come se dopo quel concerto non ci fosse più nulla.

L’aria è pesante, lo sentiamo tutti. Quanto è pesante. Perché è così pesante?

«I’m always gone with the wind

Crawling in and out of my mind»

Architects – Gone With The WInd

Eddie Vedder, Firenze Rocks (2017)

Firenze, Visarno Arena

Questa apnea è una delle più lunghe e difficili da ammettere, ma dopo la scomparsa di Chris Cornell siamo tutti lì, in attesa che Eddie Vedder esterni con noi e per noi un po’ del suo dolore. Attesa ingiusta e irrispettosa, una pretesa di condivisione oltraggiosa, me ne rendo conto, ma tant’è. E così da quell’infausto 18 maggio c’è chi trattiene il respiro, in attesa di un segnale.

Il modo in cui questa sospensione viene interrotta è il più sorprendente di tutta la mia vita. Lo fa “Black”, lo fanno le lacrime di Eddie, lo fa quel «come back» sussurrato con il fiato spezzato dal dolore. Lo fa una stella cometa, che squarcia il cielo proprio davanti ai nostri occhi. È una frastornante liberazione, è ciò di cui avevamo bisogno per dire addio e poteva succedere solo lì: davanti a quel palco, davanti a quell’uomo.

Eddie Vedder, Firenze 2017 - Henry Ruggeri
Eddie Vedder – © Henry Ruggeri

The Gaslight Anthem, Reunion Tour (2018)

Asbury Park (N.J.), The Stone Pony Summer Stage

Passeggio lungo il boardwalk di Asbury Park, New Jersey. Guardo il mare e penso alla potenza evocativa di quel luogo, che è casa per Bruce Springsteen ed è casa per i The Gaslight Anthem. Sono dieci anni esatti dalla pubblicazione di “The ‘59 Sound”, il loro album più bello e importante, amato alla follia anche dal Boss in persona. Sono tre anni circa dallo scioglimento della band, riunitasi per celebrare quell’imprescindibile capitolo della loro (e mia) vita. Questa è l’ultima tappa e oltre ai fan ci sono gli amici e i conoscenti del gruppo. Una grande famiglia che ad un cenno di Brian Fallon risponde con un urlo liberatorio, che pone fine all’ennesimo respiro trattenuto e segna l’inizio di quest’ultimo e meraviglioso arrembaggio.

A fine concerto vado al leggendario Wonder Bar a bere qualcosa, prima di andare a prendere il treno di mezzanotte per tornare a New York. Alla stazione, ascoltando l’eco del verso più significativo del brano che ha chiuso il concerto, il tour, e forse la carriera, mi rendo conto che un capitolo si è chiuso, un ciclo è terminato, e quel treno mi riporterà ad un mondo che dovrà andare avanti.

«Did you hear your favorite song one last time?»

The Gaslight Anthem – The ’59 Sound


Editors, Violence Tour (2020)

Milano, Alcatraz

Gli Editors. Il mio ultimo concerto prima che la pandemia ci mettesse in ginocchio. Uno dei più belli di sempre. A tradimento, di sorpresa, l’apnea decide di arrivare quando lo spettacolo è finito. Luci spente, locale vuoto, un saluto. Salgo sulla mia bicicletta e inizio a pedalare, con in testa le note e le parole di una canzone: “No Sound But The Wind”. Il mio climax, il mio “spannung”, quello che in una narrazione è il momento di massima tensione, propedeutico allo scioglimento.

Già, lo scioglimento. E allora perché l’ossigeno resta nei miei polmoni?

«We can never go home

We no longer have one

I’ll help you carry the load

I’ll carry you in my arms»

Editors – No Sound But The WInd

Biffy Clyro, Worldwide Livestream (2020)

Glasgow, The Barrowland Ballroom

In realtà sono ancora sulla bicicletta, sto ancora pedalando col fiato sospeso. Nel frattempo accadono tante cose e il mondo prova a stare a galla durante la pandemia. Alcune band portano la loro musica dal vivo sul web e provano a raggiungere il loro pubblico nell’unico modo concesso.

Lo fanno i Biffy Clyro, la mia band preferita, con uno show pazzesco, sorprendente, umano come non pensavo potesse risultare dietro a uno schermo. Mi dicono: «it’s only real if you can’t replace it». E mi rendo conto che mentre per alcune persone quella manciata di concerti, occasioni di aggregazione e di rottura della routine, possono essere sostituiti con qualunque altro evento mondano, per quelli come noi, quel contesto, quelle emozioni e sensazioni, sono insostituibili. Sono reali.


This road won’t go on forever

Per molti questo stop è come non poter tornare a casa, come se non avessimo più un posto in cui tornare. Io lo so che è difficile ora come ora, perché sono il primo a cedere spesso alla nostalgia, che diventa sconforto, che diventa buio. Ma possiamo immaginare per un momento, uno soltanto, che tutto questo non sia altro che un’apnea? La più spaesante di cui abbiamo mai fatto esperienza nella nostra vita da amanti della musica. La più ingiusta, alla quale nessuno di noi era preparato. Però, come dicono gli Editors: «This road won’t go on forever». Questa strada non può proseguire per sempre.

Noi continuiamo a pedalare su quella nostra bicicletta, recuperata alla fine del nostro ultimo vero concerto. Continuiamo a pedalare con una canzone nella testa, trattenendo il respiro, sapendo che prima o poi potremo di nuovo fermarci. E quando l’ossigeno tornerà a riempire i nostri stanchi polmoni forse brucerà un po’. Ma respiro dopo respiro, magari, se nel frattempo non ci saremo arresi, ci accorgeremo che siamo tornati lì: sotto al palco, a riprenderci il nostro posto nel mondo.

Foto copertina di Mathias Marchioni.

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So walk tall, or baby, don't walk at all.