La musica non conosce confini: I Hate My Village

Quando il ricercatore tedesco Thomas Fritz, nel 2009, arrivò in cima alle montagne del Mandara, a nord del
Camerun, aveva con sé un computer portatile, batterie solari (niente elettricità da quelle parti) e alcuni
brani degli U2. Il tutto per una missione ambiziosa: dimostrare l’universalità della musica. I Mafa, uno dei
250 gruppi etnici della zona, non avevano mai ascoltato canzoni “occidentali”, prima di allora. I ritmi, i canti
erano riconducibili esclusivamente alle cerimonie rituali e alle espressioni comunicative tradizionali. Che
effetto avrebbero suscitato i grandi successi provenienti dal nostro emisfero? Risultato: reazioni identiche
agli ascoltatori “occidentali” e caratterizzate dalle tre sensazioni base di felicità, paura e tristezza. A
determinarle, a livello di universale, sono il ritmo e la chiave maggiore o minore dei passaggi.

Dieci anni dopo, in Italia, una band, anzi una superband tenta qualcosa di simile, a ruoli invertiti.
Dall’incontro tra Fabio Rondanini, batterista di Calibro 35 e Afterhours, e Adriano Viterbini, chitarrista dei
Bud Spencer Blues Explosion nascono gli I Hate My Village. Un nome che deriva da un cannibal movie
ghanese degli anni settanta. Un omonimo disco d’esordio, pubblicato lo scorso 18 gennaio per La
Tempesta International, che si snoda tra atmosfere oniriche e percussioni di realtà. Naturali inclinazioni al
groove e impalcature blues accompagnano le melodie protagoniste, provenienti dalla musica sahariana e
subsahariana. Se l’artwork del disco, in cui si intrecciano coccodrilli, teschi, ossa e figure demoniache,
ricorda scene di violento tribalismo, durante l’ascolto delle nove tracce ci si accorge che il cannibalismo è
soltanto di matrice artistica e musicale. È chiara la volontà di nutrirsi di idee, influenze e contaminazioni di
origine anche lontana (Fela Kuti, Ali Farka Tourè, Bombino, Rokia Traoré) per studiarle, attraversarle,
smembrarle e ricostruirle fino a renderle proprie. Nessun intento di fedele ripresa della tradizione africana
o di pura citazione delle varie band di provenienza. Sì, perché ai piedi dell’unico totem di I Hate My Village,
chiamato “esperimento”, troviamo anche Alberto Ferrari dei Verdena alla voce (qui in inglese) e Marco
Fasolo, eclettico produttore e bassista per tutta la durata del tour.

L’album sembra, dunque, l’esito di una ispirata jam session, spontanea, leggera ma non fortuita. Una prova
riuscita di tecnica e stile presente già in apertura con Tony Hawk of Ghana. Riff intrecciati, psichedelici,
venature prog a cui la voce di Ferrari dona un effetto di scomposta tridimensionalità. Un contributo vocale
che impreziosisce anche la coinvolgente Acquaragia e i ritmi ancestrali, frenetici e affannosamente funky di
Fare un fuoco: parole quasi incomprensibili, a metà tra versi di animali e segnali in codice, rievocano le
scene di danze tribali e riti sciamanici. Presentiment, del tutto strumentale, trasla di nuovo le coordinate del
lontano continente nelle nostre terre. Si ha come l’impressione di trovarsi al centro di un flash mob che
imperversa in un cantiere italiano tra lavoratori di origine africana. Si crea l’intersezione di suoni inconsueti,
asciutti, decisi, come generati non tanto da strumenti musicali quanto da attrezzi, fusti, martelli, sirene. Nei
24 minuti di andatura impellente, l’occasione per fermarsi e respirare è concessa da Bahum. Armonie
essenziali e vibrazioni primitive si accendono su una luce chiara, sui raggi del sole incandescente che spunta
all’orizzonte, nella Savana.

Il valore aggiunto dell’internazionalità gioca, inoltre, sull’arguzia, sugli errori di pronuncia e sui giochi di
parole evidenti nella ballabilissima Tramp, nel lamento reiterato, malinconico, inesorabile di Fame e nel
brano di chiusura I ate my village. L’equivoco che aleggia tra i verbi HATE e EAT. Odiare e mangiare.
L’incontro, l’abbraccio, il disappunto, lo scontro. Uno scontro aperto con la musica italiana, rintanata nel suo microscopico villaggio, nelle sue regole, consuetudini e polemiche. Uno scontro aperto con chi rifiuta di
espandere i propri confini, artistici ed umani. Il tentativo di scongiurare, attraverso la musica, questa
minaccia di chiusura, oggi più presente e preoccupante che mai.

Tracklist

1.Tony Hawk Of Ghana
2.Presentiment
3.Acquaragia
4.Location 8
5.Tramp
6.Fare un fuoco
7.Fame
8.Bahum
9.I Ate My Village

by Laura Faccenda

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