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Quando i Pearl Jam chiamano, io devo rispondere. Succede sempre così. Anche nei frangenti più complicati, dominati da dubbi, incertezza sul prossimo futuro, ambizioni e sogni che si specchiano su un foglio bianco, troppo bianco. Anche quando il ronzio fastidioso del vento, compagno di un’atipica, grigia domenica di maggio, si insinua nella tentazione di far passare inosservato il ventunesimo anniversario di “Binaural”, sesta tappa del loro iter discografico.

Mi guardo intorno. Ho tutto il necessario per invertire la rotta, almeno oggi, almeno per le mie cinque persone preferite. So che hanno un messaggio per me, sorrido già al pensiero della felice resa. Ho il suono del vinile che ruota e riempie il vuoto d’aria. Ho lo spazio vitale di un tavolo, una sedia e della traiettoria ondulata delle pagine. Ho il tempo, prezioso, da modellare e da dedicare. Tre elementi essenziali, gli stessi attraverso cui ho ingrandito, zoomato, riscoperto ogni sfumatura del disco.


Il suono

Assieme a Matt Cameron, ora componente ufficiale anche in fase di registrazione, la band spalanca le porte del Litho Studio di Seattle con un obiettivo. Il sistema di incisione deve essere “binaurale” e deve avvicinarsi il più possibile al modo in cui funziona l’orecchio umano, raggiungendo una tridimensionalità sonora. Al centro della stanza viene piazzato un manichino dalle fattezze antropomorfe con due microfoni posizionati al posto dei padiglioni auricolari. Sarà il primo, fortunato ascoltatore


Lo spazio

No, non si parla di geometria ma si punta lo sguardo all’insù, al firmamento. Protagonista della copertina è la nebulosa Clessidra, ritratta come nell’immagine scattata dal telescopio Hubble, ad ottomila anni luce di distanza. Perché, alle soglie del Duemila, in un mondo sempre più avido e ridondante dell’apparente onnipotenza umana, è bene ricordare alla nostra specie quanto sia minuscola di fronte all’universo. «Abbiamo realizzato che, nel grande insieme delle cose persino la nostra intesa, la nostra musica, la potenza che ne scaturisce, sono del tutto insignificanti» – ammette Jeff Ament – «È una questione di proporzioni. Sai, guardi quelle immagini cosmografiche e ci sono tredici anni luce concentrati in dieci centimetri». Quegli anni luce appaiono nel titolo della prima ballata in scaletta, “Light Years”, e focalizzano l’attenzione, in realtà, sull’unico spazio che il gruppo è intenzionato a cantare: quello interiore.



Il tempo

L’inesorabile salto nel vuoto, uno dopo l’altro, dei granellini di sabbia prigionieri proprio in una clessidra. Percorsi che iniziano, scorrono e giungono ad una fine. Basta capovolgere il sinuoso amuleto e, via, si ricomincia. La fine come inizio – nuovo inizio – è testimoniata e localizzata, non a caso, in “Parting Ways”, traccia che chiude il disco. Una dimora melodica in cui si insinua lo spettro più terrificante, per chi si nutre e vive di parole, note, emozioni. La totale aridità di ispirazione. Come ha fatto ad entrare? Come ha eluso le mura di difesa? Ed ora, che cosa accadrà? Ecco la risposta di Vedder: «Le conseguenze possono essere catastrofiche. Può far diventare la tua relazione un inferno». La pellicola che scorre lungo versi malinconici ed evocativi, infatti, mostra la scena di un allontanamento. Una separazione stoica, pudica, orgogliosa ma consapevole. Le corde di una viola, accarezzate dall’archetto di April Acevez Cameron, che piangono. Titoli di coda. 


O forse no. Sono proprio loro a sottolinearlo: niente è come sembra. Dopo qualche minuto di religioso silenzio, ecco un ticchettio. La ghost track, “Writer’s Block”, l’armonia ritmata delle dita che premono sui tasti di una macchina da scrivere. La macchina da scrivere di Eddie Vedder. Sull’uscio si sono incontrate e scontrate due muse: una se n’è andata, l’altra è tornata. La fantasia, l’immaginazione, la salvezza distillata in gocce di inchiostro. Nelle ultime pagine del booklet, è riportata – in compulsiva ripetizione – la siglajfm.”, “just fucking music”. È “solo fottuta musica” il motivo per cui la relazione di chi canta è andata in frantumi. È “solo fottuta musica” l’unica stella polare ad indicare la direzione, quando il buio è accecante. È “solo fottuta musica” l’unica missione a cui Eddie continuerà a dedicarsi, nonostante tutto.

Foto copertina di Mathias Marchioni.

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So walk tall, or baby, don't walk at all.