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I livestream non potranno mai sostituire i concerti, è vero. Soprattutto se il tempo trascorso lontano dal contatto ravvicinato e tangibile con la musica si dilata oltre i trecentosessantacinque giorni: un’eternità per chi, nell’era pre-pandemia, ammetteva con fiero orgoglio la propria dipendenza dai live. Tuttavia, in questi mesi di adattamento, alcuni appuntamenti “in diretta” hanno dato un significato all’ennesima giornata identica alla precedente, hanno spezzato una routine scandita da libri, serie tv e prospettive sempre troppo lontane. C’è chi aperto le porte della propria intimità artistica, come Simon Neil dei Biffy Clyro, chi ha organizzato eventi celebrativi e solidali come il MoPOP Museum di Seattle, omaggiando la carriera degli Alice in Chains e chi ha riacceso le luci degli studi televisivi per consacrare la prima regola dello spettacolo: “The Show Must Go On”, pur senza pubblico. 

In merito a quest’ultima cornice, mi riferisco all’esibizione di (Tom) Smith & (Andy) Burrows al The Late Late Night Show condotto da James Corden, lo scorso dicembre. Non è stato soltanto uno degli episodi andati in scena per la promozione del nuovo album del side-project del frontman degli Editors e del polistrumentista e batterista degli We Are Scientists, pubblicato il 19 febbraio, quanto il manifesto di un credo ispirazionale fondato sulla speranza. Già àncora di salvezza conficcata nella delusione del fiume ghiacciato di “When The Thames Froze”, capolavoro del primo disco dalle atmosfere tradizionali, la scintilla di ottimismo è il cardine del nuovo lavoro in studio, “Only Smith & Burrows Is Good Enough”: «C’è sempre una luce verso cui puntare lo sguardo per seguire una traiettoria» – assicura Tom Smith nell’intervista realizzata per Rocks and Shots – «Sono sicuro che vi condurrà nel vostro negozio di dischi preferito, proprio di fronte al nostro album!», scherza. Beh, nel tono sorridente e confidenziale dell’artista è racchiusa una solida base di verità. 

Intervista a Smith & Burrows: «Il disco come via d’uscita idilliaca»

Quella che i due amici, prima che colleghi, definiscono «la più idilliaca via d’uscita che potessimo immaginare», viene anche considerata un’avventura che non poteva che terminare con un “happy ending”: «Una forza che ci ha guidati lungo il percorso ed è stata il valore aggiunto di questa esperienza». Benché le dieci tracce siano state ideate e scritte in Inghilterra – «Andy vive vicino a me, quindi per motivi lavorativi è permesso incontrarsi. Incredibilmente quello che facciamo è considerato “lavoro”!» – la registrazione avvenuta a Nashville, nello studio di Jacquire King, vincitore di un Grammy e già produttore di Tom Waits, Norah Jones e Kings of Leon: «Come duo, non abbiamo un “suono” paragonabile a quello di una band. Ci siamo cimentati essenzialmente su una collezione di cover invernali dieci anni fa, “Funny Looking Angels”, e basta. Quindi il sound ha richiesto un po’ di tempo per formarsi, sia durante la scrittura dei pezzi sia durante la comprensione della modalità di intreccio delle nostre voci, per ottenere il massimo del risultato. Le dinamiche delle chitarre rapportate alle drum machine, il songwriting piuttosto tradizionale ma concepito in chiave moderna, semplice e senza fronzoli, lasciano trasparire le canzoni, nella loro autenticità. Jacquire è stato, poi, l’ingegnere e il mago nel definire il “suono” di questo disco. Ah! Dobbiamo a Nashville anche il titolo» – aggiunge – «Ad un’afosa, lunga e spensierata notte di settembre trascorsa a casa di amici. Le pareti erano rivestite di chitarre, magnifici pezzi d’antiquariato, per un valore di decine di migliaia di dollari. Uno spettacolo! Abbiamo strimpellato e cantato le nostre canzoncine natalizie completamente sconosciute agli americani. Comunque, alcune delle vecchissime Gibson avevano lo slogan “Only A Gibson Is Good Enough” scritto sulla paletta e mi è rimasto impresso. E non ricordavo neppure molto di più il giorno seguente!». 

Spontaneità, intuizione, acuta leggerezza ed improvvisazione permeano i trentasei minuti di coinvolgente ascolto. Sin dal principio, il dialogo tra le corde dell’acustica e il pianoforte, colonne portanti della struttura melodica, accompagna in una conversazione tra vita reale e voli pindarici, tra lo scorrere incontrovertibile del tempo e le priorità caricaturali del “diventare grandi”. “All The Best Moves” è un cantico della pigrizia, un inno che sovverte l’egocentrismo del mondo odierno. Le braccia dell’uomo vitruviano non devono sostenere il peso dell’universo, ad ogni costo. Si può anche allungare una mano e stringere il proprio cuscino, sentirsi un eroe nel legittimare l’esistenza di uno schermo animato – perché “This TV won’t watch itself” – o adagiarsi nella veste migliore, quella strappata e caduta in mille pezzi. Insomma, vicissitudini umane, universali e attinenti a molti dei lockdown prolungati. Non quello del frontman degli Editors, però, che spiega: «Non ho sofferto per “l’isolamento”. Anzi, credo di aver bisogno di un po’ di solitudine! Sono stato sempre con la mia famiglia, mi sono destreggiato con le faccende domestiche – e con mia moglie! –  ho portato a spasso il cane e i miei figli a scuola».

E proprio da una mirabolante fiaba per bambini sembra materializzarsi il vascello carico di bucanieri e di casse di nettare dorato (e alcolico) di “Buccaneer Rum Jum”. Anche in questo caso, il bollino dell’età adulta è dietro l’angolo – o meglio – nel fondo di un bicchiere (o nel tappo, menzionando “Bottle Top”). Su un motivo colorato di tinte orientaleggianti, arabesche – “calypso tinged”, come sottolineano gli autori – e riecheggianti i synth degli Orchestral Manoeuvres in the Dark, pietre miliari del Regno Unito, si compie il viaggio della nave fantasma che, per i due eterni Peter Pan, svanisce al rintocco notturno del Big Ben. Dalla torre dell’orologio si scorge la tanto rimpianta Parliament Hill, a cui è dedicato il brano omonimo. Il ricordo dell’affascinante quartiere di Londra reinterpreta il fragore metropolitano nel dolce jingle di un carillon ed anche il bagliore tremolante di un lampione assume le sembianze dello spiraglio di salvezza (“‘Cause I’m missing the madness of the light that you shine”). 

Galeotta è la patina di nostalgia che permea l’intero album e di cui il singolo “Old TV Shows” è stato tra i primi portavoce: «Amo “Old Tv Shows”, la sua aurea nebulosa e malinconica, è bellissima» – confessa Tom – «La parte del piano di Andy è stupenda, ha davvero quella sensazione di “Dont Go Back To Rockville” dei R.E.M che adoro!». «Ti è capitato di rivalutare, attraverso questo filtro, alcuni aspetti della “vita precedente” in giro per il mondo? Ne hai rivalutato qualcuno che prima ritenevi pesante?». Non traspare la minima esitazione nella risposta: «No, mi manca la mia gente, il mio gruppo, socializzare e viaggiare di continuo. Non ho mai dato per scontato queste cose». Anche quella dimensione diventa, quindi, una delle destinatarie di “I Want You Back In My Life”, la cui demo è stata inviata da Burrows proprio durante un tour degli Editors: «Ho ricevuto una canzone pressoché completa a cui ho aggiunto qualche tocco finale. Ho colto subito che la sua idea era un classico dei Bee Gees che incontra i Backstreet Boys. Ho inserito un piccolo coro agrodolce e voilà. Per cos’altro siamo qui, se non per amare qualcuno?». 

Se, da una parte, lo sguardo rivolto al passato avvolge in un caldo ma circoscritto abbraccio, dall’altra si agitano moti opposti dell’animo: uno spinge in avanti sull’acceleratore, l’altro ha esaurito ogni forza motrice, in ogni direzione. Un arrangiamento spiccatamente brit-pop anni Settanta, impreziosito dalla sezione di archi e fiati che rimandano alle iconiche colonne sonore dell’agente 007 – insomma, un po’ il Robbie Williams di “Millenium” – esorta la Aimee di “Aimee Move On” a lasciarsi alle spalle rimpianti e rimorsi. Una delle soluzioni possibili per non rischiare di immobilizzarsi in un metaforico fuso umano, lo stesso che ha ispirato il personaggio centrale di “Spaghetti”: «Non c’è un collegamento con l’Italia anche se la domanda a sfondo patriottico mi ha divertito molto» – ride il cantante (e gongolo anche io!) – «”Spaghetti” significa sentirsi come un filo sotto tensione, in procinto a fare dei danni. Una testimonianza dalle lande oscure dell’alcolismo e della totale mancanza di attenzione». 

La distensione effettiva di temi, toni ed atmosfere giunge in corrispondenza cronologica delle tracce conclusive. “Too Late” è un dehors che tende l’orecchio agli ultimi Mumford and Sons di “Delta” e che ospita vecchie cianfrusaglie e relazioni consumate, pure nella consapevolezza che l’anello di congiunzione e ricongiunzione è da ricercare – ancora una volta – nella musica: “Play a song, play a song that keeps this together”. Oltre al suo potere rigenerante, per puntare i piedi a terra, per ergersi fieri come un guerriero – o un mohicano – è necessario il coraggio di non mentire, agli altri e a se stessi, per non finire sopraffatti dalle false apparenze: «”Straight Up Like A Mohican” è stata scritta da Andy quindi non posso assicurare l’interpretazione…penso che si riferisca al non voler essere ingannati». La tecnica e lo schieramento per questa nobile battaglia sono già delineati nelle intenzioni, nel messaggio e nelle note del progetto. Con particolare premura verso il frangente che stiamo vivendo, gli scenari che vengono pennellati sono talvolta distesi, talvolta taglienti ma sempre familiari. Dalle pareti claustrofobiche a cui siamo purtroppo abituati, la finestra si riapre gradualmente su riserve naturali di ossigeno e libertà, benché mai così sconfinate da spaventare. Il sorgere del sole conforta, non acceca. Spuntano, anche se ingialliti e rattoppati, tutti quei peluche e pupazzi che raccontano memorie, momenti, avventure di amici immaginari ma insostituibili – date un’occhiata al video di “Parliament Hill” per credere – che fungono da responso a domande quotidiane ed essenziali: «Da dove veniamo? Chi siamo oggi? E verso quali mete ci incamminiamo?». È un coro a rispondere, lo stesso creato dal connubio di voci complementari, marchio di fabbrica del disco. È lo stesso coro che racchiude la sensibile ed ironica occasione di conforto e confronto, nell’attesa di poter cantare e battere le mani a tempo, insieme, sopra e di fronte ad un palco. «Sarebbe bello suonare live, ma purtroppo non possiamo. È bello avere qualcosa di concreto da fare, però, e si spera che il nostro album possa fornire uno sprazzo di gioia ed evasione alle persone». Sì, ragazzi ci siete riusciti. Ed è proprio il caso di dirlo, di evidenziarlo: “Only Smith & Burrows Is Good Enough”.

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