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Vi siete accorti che iniziano già le sovrapposizioni nel calendario concerti del 2022? Per dire, il 4 maggio la talentuosissima Julien Baker suona in data unica Padova, mentre la stessa sera a Milano tornano sia i OneRepublic che Fink. Che casino che potrebbe essere e auspicabilmente sarà. Un casino molto bello, però.

Proprio mentre scriviamo questa intro vengono annunciati i nuovi nomi dell’edizione 2021 del Reading and Leeds, il primo festival britannico a credere fermamente nel suo svolgimento senza necessità di posticipazioni, a fronte di un formidabile piano vaccinale in terra d’Albione. Ecco, andate a cercarvi il bill aggiornato e poi unitevi nella nostra corrosiva invidia. Perlomeno qui possiamo gioire per i Foo Fighters che, proprio come gli Aerosmith, vengono riconfermati per gli I-Days 2022. Chi sarà il terzo headliner, che prenderà il posto dei System of a Down? Lo scopriremo presto.

Sono principalmente due gli album consigliati per questa settimana: “Sweep It Into Space” dei veterani Dinosaur Jr. (di cui vi abbiamo parlato qui) e “Surface Sounds” dei KALEO (loro qui), che finalmente arrivano all’attesissimo secondo capitolo discografico dopo ben cinque anni dall’esordio. Oh, a proposito di ritorni: dopo undici anni si sono riuniti i Mudvayne. Incredibile.

Dulcis in fundo, la nostra selezione dei singoli più interessanti della settimana. Buona lettura e buon ascolto!


The Vanns – Red Light

Giovani, talentuosi, con uno stile che ricorda l’eclettica libertà delle band anni Settanta ma edulcorato dalla dorata spensieratezza delle onde d’Australia. Dopo il sorprendente album d’esordio, “Through The Wall” (2019), i The Vanns pubblicano “Red Light”, singolo che potrebbe aprire la strada ad un prossimo disco. Di strada, loro, ne hanno già macinata. Dal 2013, anno di formazione nella fertile scena musicale di Wollongong, il seguito di Jimmy e compagni si è modellato alla vecchia maniera, tra passaparola e palchi infuocati a suon di alternative rock. «Due chitarre, batteria, basso e tastiere. Non ci sono molti espedienti, basta accendere l’amplificatore e fare il proprio gioco», dicono. Ed anche il brano in questione vanta un solido arrangiamento, contraddistinto da cambi di ritmo e da un imprinting ispirazionale che sfiora la generazione figlia (o nipote) di Bruce Springsteen – dai The Strokes, a Sam Fender, ai Catfish And The Bottlemen – e le atmosfere connazionali alla Gang Of Youths. Nel video, uscito come premiere per la stazione radiofonica Triple J il 21 aprile, il frontman (e che frontman!) è immerso nel panorama deserto e selvaggio del nuovissimo continente. Il timbro espressivo, roco ed accattivante racconta una storia di “odi et amo”, di un saluto consumato allo scattare del semaforo rosso. Un tentato compromesso che profuma di birra, una rivendicazione della propria autonomia – «we all get lonely, but not me» – una corsa e rincorsa emotiva che culmina nella radura abitata dai soli componenti del gruppo e dai loro strumenti. I riff esplosivi sul finale, colorato dalla luce purpurea del tramonto, preannunciano e rimandano alla dimensione live per cui i The Vanns sono già apprezzati in patria e – siamo sicuri – saranno acclamati presto anche all’estero.

Laura Faccenda


Wolf Alice – Smile

Il live è uno sfogo, «come urlare dentro al cuscino», dice Ellie Roswell. Il concerto manca, tanto ai musicisti quanto a noi che amiamo sognare sotto il palco affamati di emozioni e di note. Lo sa bene la vocalist dei Wolf Alice, e tutta questa energia potenziale, rimasta nello studio dove la band britannica ha registrato il suo terzo album, trova sfogo nella nuova canzone: “Smile”. Dobbiamo aspettare l’11 giugno per ascoltare per intero il disco “Blue Weekend”, ma nel frattempo ecco un pezzo tutta energia accompagnato da un video dove i colori sono super saturi e lo spirito punk esplode in tutta la sua carica rivoluzionaria. Che carattere che ha questa band, nel divertire e nel rimarcare prepotentemente di non essere soggiogabile da nessuna etichetta, giochino al quale tanti potenti del music business amano trastullarsi mentre vedono schizzare i ricavi. Ma la musica è altra cosa, e amiamo vederla esprimersi in tutta la gloria di un gruppo giovane, con tanta voglia di essere ascoltato. Sono belli, sono bravi, e tra un riff di chitarra, un giro di basso prepotente, un coro suadente e quell’atmosfera dreamy che li solleva dal contesto terreno, ecco qua: «I am what I am and I’m good at it, and if you don’t like me, well that isn’t fucking relevant».

Daniele Corradi


Beartooth – Hell of It

Terzo singolo per i Beartooth, che continuano la loro corsa verso la pubblicazione del nuovo lavoro in studio: “Below”, in uscita il prossimo 25 giugno su Red Bull Records. Diciamo che svegliarsi il venerdì mattina e ascoltare “Hell of It” è come se scendendo dal letto i piedi si poggiassero sui blocchi di partenza del 100 metri piani e lo specchio restituisse l’immagine di Usain Bolt. Insomma: una mina inaudita. Che però va nella direzione già tracciata dai precedenti brani. Rispetto a primi due assaggi, “Hell of It” ha sicuramente un ritornello meno accattivante (con dei cori che ricordano stranamente i Kiss? WTF), ma coi suoi pattern a metà tra il thrash metal e l’hardcore consolida la premessa di Caleb Shomo: questo album sarà il più pesante della discografia.
Caleb è un autore e polistrumentista fuori scala. C’è infatti la sua unica firma in tutto ciò che possiamo ascoltare del progetto “Beartooth”, nato dopo l’abbandono della sua storica band – gli Attack Attack, oggi riformati ma con qualche perplessità generale sull’impatto del loro ritorno – e visto come un percorso tanto artistico quanto umano.
«Why am I a dreamer? I can’t take this / You dig a little deeper just for the hell of it» è il perfetto estratto che incasella il singolo nel racconto di guarigione di Caleb, che da tempo lotta con i propri demoni interiori e trova nel suo studio di registrazione il luogo perfetto per pianificare una lenta e lungimirante rinascita. La solitudine in studio però esplode (esplodeva/esploderà) in un grande lavoro di squadra sul palco, dove “Beartooth” smette di suonare come un monicker e diventa il nome di una vera band. Caleb ha infatti trovato Oshie Bichar (basso) nel 2014 e Connor Denis (batteria) nel 2016, mentre le chitarre di Zach Huston e Will Deely sono andate a completare la formazione ufficiale, rispettivamente nel 2018 e nel 2019. Oggi l’identità live del gruppo di Columbus, Ohio, è molto solida, con un quintetto affiatato e la consapevolezza di essere tra i migliori act della scena heavy americana. Immaginate che botta sarà “Hell of It” dal vivo?

Umberto Scaramozzino

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