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Nel Regno Unito le band stanno organizzando i tour autunnali e i festival continuano ad annunciare i loro ricchi bill per i mesi di agosto e settembre, fiduciosi in una possibile ripartenza. Qui da noi, invece, continuano i rinvii degli appuntamenti illustri, come quello dell’I-Days Festival di Milano, fresco fresco di reschedule per giugno 2022, mentre sono pochi i segnali di speranza, come quello dell’AMA Music Festival che annuncia l’edizione 2021 e promette di portare i Nothing But Thieves nella provincia di Vicenza.

Sul fronte discografico invece accogliamo con piacere le release di tanti artisti che hanno accompagnato questi mesi di Flash Friday: Death From Above 1979, Ben Howard, Citizen, Tomahawk e Smith/Kotzen sono alcuni dei dischi che dovreste ascoltare assolutamente da qui ai prossimi giorni. Aggiungeteci anche l’EP dei Valleyheart, che contiene solo quattro brani (uno più bello dell’altro) e poi prendetevi quattro minuti e ventotto secondi per vedere cosa possono fare gli Architects che suonano la loro “Animals” con un’orchestra, agli Abbey Road Studios (video qui).

Se vi avanza tempo, soprattutto se siete in zona rossa, ricordatevi che questa notte gli U2 hanno pubblicato sul loro canale YouTube il secondo capitolo del format “The Virtual Road”, che propone lo storico live al Red Rocks del 1983, noto come “Under A Blood Red Sky”. Dopo Dermot Kennedy, l’opening act virtuale di questa settimana è quello dei Fontaines D.C., da non perdere.

Infine, la nostra consueta selezione dei brani più interessanti della settimana. Buona lettura e buon ascolto!


Royal Blood – Limbo

Precisamente, quand’è che i Royal Blood sono diventati una delle realtà più solide del panorama rock contemporaneo? Non ci hanno messo molto, anzi. Il duo inglese nel 2014 ha fornito alle bocche assetate di nuove mitologie musicali il suo entusiasmante esordio self-titled, che ha fatto quello che deve fare un album seminale: ha fatto irruzione nelle camerette e nelle playlist di tutti i giovani (e meno giovani) ma è anche penetrato all’interno del tessuto sociale e di costume del nostro tempo, come un vaccino contro il male oscuro dell’apatia compositiva che sembra colpire il rock da molti anni. Le canzoni di “Royal Blood” hanno accompagnato programmi televisivi, cinematografici, radiofonici. Sono diventate parte di noi, sdoganando quella formula fresca e quasi inedita nel mainstream costituita da un sound di basso che fa le cose che fa una chitarra, un drumming che sembra semplice ed essenziale e invece deve lavorare per almeno due persone, quella voce ammiccante e pulita ma piena di energia. Un gruppo costituito da due soli musicisti che fanno casino per dieci, e quella meraviglia che sta nella rivelazione quasi mistica costituita dal fatto che non ci sia bisogno di una chitarra a tutti i costi per fare, e per sentirsi, rock. 
“Limbo” è il terzo estratto del terzo album della band, “Typhoons”, atteso per il 30 aprile, e conferma quel cambio di passo che tutti si attendevano già nel secondo LP, “How Do We Get So Dark” del 2017. Invece era stato solo rimandato e arriva ora che Mike Kerr e Ben Thatcher sono finalmente riusciti a scrollarsi di dosso l’immane responsabilità che il loro diamante d’esordio aveva riversato sulle loro spalle. Tutte le anticipazioni, sia “Typhoons”, che “Trouble’s Coming” che “Limbo”, hanno una personalità propria e il gruppo parla esplicitamente di un viaggio “all’interno delle tana del Bianconiglio”, aprendo l’ascoltatore alla sensazione di un cambio di attitudine e approccio, che non si limita unicamente al taglio danzereccio del materiale nuovo. “Limbo” ha un groove irresistibile, come sempre, ma si ha davvero la sensazione, in aggiunta, di una leggerezza compositiva e tecnica che rende fruibile un sound che ad un ascolto più concentrato si rivela curato, ardito, adulto. Pare proprio che i Royal Blood abbiano raggiunto il famoso picco artistico, decidete voi se il fatto di trovarci al terzo album sia una coincidenza o una conferma ad uno dei miti più ricorrenti del rock. 

Daniele Corradi


Manchester Orchestra – Keel Timing

Il loop del primo, strepitoso singolo “Bed Head” non si è ancora interrotto che i Manchester Orchestra hanno di nuovo tirato i dadi, fissando quello che sembra essere il tabellone di un “Jumanji” inedito e contemporaneo. “Keel Timing” è stata lanciata nell’etere discografico come ulteriore anticipazione dell’album “The Million Masks Of God”…ma siamo sicuri che sia cronologicamente successiva?  Protagonista è – appunto – il tempo, un cronometro assassino, nella pronuncia assonante del titolo, e nell’accezione di deriva, di chiglia che trapassa la nave dell’esistenza, se ci atteniamo ad una traduzione letterale. La tempesta che irrompe nei cieli psichici dipinti già nel primo verso è una danza tantrica di ritmiche ripetute, tumultuose, al limite dell’ossessione, frequenze elettroniche, keyboards imponenti e riff magnetici. La voce di Andy Hull si muove come lancetta univoca di un quadrante distopico: ora nitida, tagliente, inconfondibile nel suo timbro, ora più ovattata, roboante nell’eco delle stanze della mente, nella bolla d’acciaio scagliata in direzione cyberspazio. Le sabbie mobili di una clessidra impazzita fluiscono, nel finale, in una risoluzione a carattere strumentale, riconducibile agli exploit full band, segni particolari del gruppo di Atlanta. Attenzione, però. Ecco il segnale, ecco la scheggia folle, il faro abbagliante di un treno che viaggia su binari pluridimensionali. Arriva dal passato? Ha come meta una stazione futura? Senza rispondere, assorti, stiamo cantando di nuovo “Bed Head” (consiglio, non stoppate la riproduzione!). Senza rispondere, attendiamo trepidanti l’uscita del nuovo disco, il prossimo 30 aprile (di chissà quale tempo). 

Laura Faccenda


The Joy Formidable – Into The Blue

Vi ricordate quando qui si cantava e suonava sui balconi? Quando gli artisti ci facevano compagnia con le prime timide dirette, per ingannare quel tempo che poi si è rivelato essere qualcosa di più profondo di una semplice attesa? Quando ci si stupiva delle cancellazioni e non degli annunci. Accadeva un anno fa. Oggi, più ci addentriamo nella tetra e fitta foresta di questa pandemia, più ci riesce difficile pensare a quando i raggi del sole potranno raggiungerci di nuovo. Siamo dei piccoli Hobbit nel cuore di Bosco Atro. Eppure, ancora una volta, può essere la musica a portare un po’ di luce e calore, per guidarci fuori di qua. I The Joy Formidable provano a sovvertire il paradigma. Ci dicono che adesso è giunto il momento di credere che le cose belle prima o poi debbano ricominciare ad accadere. «Into The Blue parla dell’arrendersi all’amore e alla magia. Avere il coraggio di godersi il mistero e l’entusiasmo per qualcosa di inaspettato», racconta Ritzy Bryan, cantante e chitarrista della band, che sembra avere molto a cuore la traccia e l’invito che la traina.
A tre anni dal suo ultimo album, “AAARTH”, il trio originario di Mold si appresta a introdurre il prossimo capitolo discografico con un singolo perfettamente bilanciato tra fascino ed esuberanza espressiva. I soliti richiami ai numi tutelari dello shoegaze rincorrono la ritmica sognante del brano, che esplode in un ritornello potente, totalmente dominato alla chitarra di Ritzy Bryan. «Don’t fear the move out of the past / Let time take your hand and guide you / It’s time to move / Into the blue once again», è l’esortazione della sua ugola tenue e ammaliante, che si amalgama perfettamente con la seconda voce del bassista Rhydian Dafydd, in un passo a due che ci conduce verso un’altra resa, forse ancora più pericolosa e incontrovertibile dell’attuale sconforto dilagante. Quella della speranza.

Umberto Scaramozzino

Foto copertina di Mathias Marchioni.

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