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Questa settimana fare un recap degli annunci di concerti, sia per il 2021 che per il 2022, è ingestibile. Finalmente siamo pronti a una ripartenza della musica dal vivo, che almeno per quest’anno ancora dovrà sicuramente vivere di compromessi, ma che inizia a far sentire un po’ di calore sugli stanchi corpi dei “gig-goers”, atrofizzati dal gelo della pandemia.

Tra i tanti annunci però spicca il nome internazionale quasi insperato: Ben Harper. L’artista statunitense ha infatti spostato il tour con gli Innocent Criminals al 2022, ma ha aggiunto ben quattro date per il prossimo luglio nella sua collaudata veste solista.

Oggi, comunque, l’attenzione è tutta sull’uscita del nuovo disco del cantautore sardo Jacopo Incani, in arte Iosonouncane, che ha stupito tutti con un’opera titanica di 17 brani, per un’ora e quarantanove di musica sperimentale, in una commistione di lingue da fondere la testa. Ben venga che un artista italiano studi così tanto le sonorità e si butti nella cucina creativa tipicamente estera, dove sono nati, cresciuti e si sono perfezionati i migliori album di musica contemporanea. Soprattutto se questo artista ha coraggio da vendere sul mercato e se ne esce con un lavoro che non ha nulla a che vedere con il precedente, di grande successo.

Sempre oggi, fuori dai confini nazionali, troviamo il nuovo album di Myles Kennedy (di cui abbiamo parlato qui), di St. Vincent (eccola) e l’ottima raccolta di cover blues dei The Black Keys. I migliori singoli della settimana, almeno secondo noi, li trovate invece qui sotto. Buona lettura e buon ascolto!


Keaton Henson – Limb 

Spesso, il faro sui grandi talenti si accende attraverso una frase, una sorta di sentenza. Verdetti che rimangono impressi nel tempo. Nel caso del Boss, ci ha pensato Jon Landau: «Ho visto il futuro del rock and roll e il suo nome è Bruce Springsteen». In quello di Keaton Henson, musicista, poeta e pittore londinese, è intervenuto lo speaker di BBC Radio 1, Zane Lowe, il 7 settembre 2011. Una canzone destinata a restare tra le mura del suo appartamento – uno dei pochi luoghi al sicuro dalle crisi d’ansia croniche – poi registrata su consiglio di amici all’interno dell’album d’esordio, “Dear” (2010). “You Don’t Know How Lucky You Are” generò nel conduttore una reazione emotiva a catena: «Questo brano è uno dei pezzi più speciali che io abbia mai ascoltato». Lo stesso stupore da cui sono stata assalita quando la riproduzione casuale di Spotify, qualche mese fa, si fermò su “Prayer”, gioiello incastonato nell’ultimo disco di Henson, “Monument” (2020). Un titolo da “nomen omen” che racchiude un’opera titanica di dolore e redenzione da affrontare in seguito alla scomparsa del padre e da cui è stata esclusa una traccia, “Limb”, pubblicata oggi come nuovo singolo, volutamente separato. Una ballata al pianoforte in cui la voce inconfondibile dell’artista si snoda lungo le corde della confessione: trema, talvolta, nella frequenza. Mai, nelle intenzioni che intona. Gli accordi accarezzati sui tasti, il ritmo sfiorato da leggere percussioni creano un effetto ovattato, protetto. Si riceve, verso dopo verso, il permesso di entrare in una stanza arredata di ombre, dove un antico carillon percorre una danza ciclica, fino ad incontrare – nei giri più ariosi – una secondo timbro, un’eco femminile. E infine la confessione, «Oh, I got caught again», sfuma in lacrime e sospiri campionati, cristallizzati in meraviglia. 

Laura Faccenda


DON BROCO – Manchester Super Reds No.1 Fan

Qualche giorno fa mi sono chiesto: ma cosa diavolo stanno combinando i Don Broco? Spariti tutti i post dalla pagina Instagram, riempita ora dopo ora di foto di David Beckham. Nella bio una strana dicitura atta a identificare il profilo come il fan numero uno dell’ex stella del calcio inglese. Istintivamente, i pensieri sono stati due: o un hacker si sta divertendo a creare scompiglio, o i Don Broco si sono totalmente rincoglioniti. E invece era solo viral marketing. Nell’ilarità generale viene infatti annunciato il nuovo, attesissimo singolo del combo di Bedford: “Manchester Super Reds No.1 Fan”. Intanto onore al coraggio dei ragazzi, che si precludono il plauso di tutti i detrattori dello United (almeno in pubblico), ma soprattutto: che figata di ritorno. Il pezzo riprende il discorso introdotto nel 2018 con la pubblicazione di “Technology”, con il loro marchio pop rock a dir poco esplosivo. Ancora una volta trovano la giusta combinazione tra riff incisivi e il ritornello infame in grado di continuare a girare in testa ancora per qualche ora dopo la fine del brano. Il tutto condito con una sana dose di aggressività post-hardcore da perfetta tradizione inglese.
Come sempre, il videoclip merita più di una visione. Una folle fan fiction partorita dalla brillante mente del frontman Rob Damiani, che ambienta in un distorto set di Star Trek un delirante piano di clonazione del calciatore. Nella descrizione del video, però, il doveroso disclaimer: «David Beckham non appoggia il seguente video, ma se qualcuno che lo conosce potesse mostrarglielo sarebbe bellissimo, dato che lo amiamo».
Personalmente io li ringrazio perché così, almeno per una volta, anziché fare il sentimentale a tutti i costi, sono riuscito a scegliere un brano col quale ridere e fare headbanging. Bentornati, matti scocciati.

Umberto Scaramozzino


Donovan – I Am The Shaman

Il video è loro e ci mettono tutti i conigli che vogliono. Beh, non conigli questa volta, ma onde e costellazioni che scorrono veloci, al tempo stesso immobili e perpetue, fugaci ed eterne. Donovan e David Lynch rappresentano uno dei buddy movie più improbabili della storia, ma di certo la stranezza è corde di entrambi. Nei quasi cinque minuti di “I Am The Shaman“, canzone del 2010 risalente all’album “Ritual Groove“, Lynch omaggia il mito scozzese per i suoi 75 anni, un’età sorprendentemente giovane considerato che, non so voi cosa ne pensiate, si ha l’impressione che Donovan e la sua voce siano nel nostro immaginario da sempre. Il regista lo omaggia con questo video in bianco e nero che richiama l’immaginario visivo sfoderato nel grande ritorno di Twin Peaks, nella terza e per ora ultima stagione (Showtime, 2017), dove il bianco e nero era molto utilizzato, e dove una teiera fumante faceva le veci del personaggio che fu del compianto David Bowie. Ma questa è una storia lunga e francamente non credo di avere capito appieno tutte le implicazioni di questo ultimo capitolo della vicenda di Laura Palmer (pace all’anima sua), fatto sta che in quella stagione la musica e il rock erano protagonisti, con epiche performance apparse nello show e filmate nello storico locale della maledetta cittadina: il Roadhouse. E ci starebbe benissimo anche questa, con un Donovan sempre più santone, con una lunga chioma bianca, un segno runico di chissà quale significato tatuato in mezzo agli occhi, e la chimica artistica con il regista che traspare ad ogni fotogramma, nota e sguardo. Si finisce con un’esplosione di luce (e ancora i flashback di quell’assurda esplosione nucleare di Twin Peaks 3, come frammenti onirici che hanno significato solo in luoghi sepolti sotto lo strato di coscienza) e il messaggio che rivela il vero intento di questo strano, bel progetto: donare ore di meditazione gratuita ai bambini, come fosse un lasciapassare ad un mondo di arte e magia di cui questi due anziani e strambi signori sono portavoce e sciamani.

Daniele Corradi

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