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Il Boss torna a Broadway. Accogliere questa notizia per chi non ha la possibilità di volare a NYC e assistere al celebre musical “Springsteen on Broadway” provoca il misto di goduria e tormento tipico del “vorrei, ma non posso, ma vorrei, quanto vorrei”. Intanto continuano a rincorrersi voci sul suo ritorno negli stadi italiani per il 2022: Milano o Firenze? Magari entrambe, e non solo.

In Italia invece chissà che sta succedendo, con questi featuring pazzerelli: Jovanotti insieme a Gianni Morandi, con un annuncio sui social che ha fatto strage di Grammar Nazi, e Fedez insieme ad Achille Lauro e Orietta Berti. Come direbbe Ben Howard: «Has the world gone mad / Or is it me?».

Grandi annunci di nuovi dischi per Jeff Ament (ma leggerete meglio qui sotto), Lorde (seeempre qui sotto), mentre ancora si fanno attendere i Gang of Youths – sì ma muovetevi – e i The National lasciano intendere l’imminenza di un annuncio cambiando la foto profilo. In redazione li abbiamo premiati per l’originalità del nuovo logo. Se andate a dare un’occhiata sui loro profili social potete farvi un’idea di quanto siamo simpatici.

Pescando tra gli album usciti questa settimana, invece, possiamo godere del nuovo di Ryan Adams, sempre tanto controverso quanto geniale nella sua opera, ma anche Garbage (di cui parlammo qui), Mammoth WVH (dove? qui) e quel matto di Danny Elfman. C’è anche il nuovo dei King Gizzard and the Lizard Wizard e vi diciamo subito che sì, il vostro déjà vu è più che lecito, dato che siamo al quinto album in due anni, il secondo in questo 2021. Ma visto che siamo solo a giugno chissà che non ne esca un altro entro la fine dell’anno.

Per il resto vi lasciamo alla nostra solita selezione dei singoli più interessanti della settimana. Buona lettura e buon ascolto.


Jeff Ament – I Hear Ya

«Per quanto negativo sia stato l’ultimo anno e mezzo, devo ammettere che ho apprezzato l’opportunità di approfondimento, senza troppe distrazioni». Da una premessa del genere, derivano grandi risultati. Non solo perché sono firmati Jeff Ament ma anche per la riflessione immediata che si è palesata, una volta terminato l’ascolto: «Perfetto, sta facendo quello che i fan vorrebbero dai Pearl Jam, in particolar modo dopo “Gigaton”». “I Hear Ya”, assieme alla b-sideBandwidth”, è il brano che anticipa il quarto album del metronomo del Montana, “I Should Be Outside”, in uscita il prossimo 10 agosto. Registrato tra le pareti protette dello studio Horseback Ridge e decisamente influenzato dalle contingenze pandemiche, il disco rappresenta il frutto di un processo creativo libero, senza programmazione e disancorato dalla necessità di nuovi spunti indirizzati a Vedder e compagni. Ispirazione cristallina ed eloquente a partire proprio dal primo singolo che esordisce con un’intro energica alla “My Sharona” dei The Knack. La stima e l’apprezzamento dei bassista nei confronti della scena post punk inglese fluiscono in tempi serrati, livellazioni di suono e spoken lyrics dalla matrice dissacrante e contemporanea: «Torno più volte sul punk attuale che viene dall’Inghilterra e dall’Irlanda. Ha un aspetto gotico che mi ricorda la musica con cui sono cresciuto, come Bauhaus e Sisters of Mercy». L’invito a disintossicarsi dalla tecnologia e dalla droga “a banda larga” si diffonde su un megafono di echi effettati e sui loop incalzanti della sezione ritmica che vanta, alle pelli, Matt Chamberlain, secondo batterista dei Pearl Jam: «Ho suonato un paio di canzoni con lui al concerto tributo a Chris Cornell nel 2019. Un giorno, dopo le prove, mi ha chiesto se volessi andare a vedere il suo studio. Avevamo entrambi varie cose in ballo e ho risposto di sì. Compare in così tanti dischi eccellenti ed è sempre pronto a fare qualcosa di strano. Ha davvero aggiunto molto a questi primi due pezzi». Ultimo dettaglio ma non meno importante: l’artwork. Impossibile non immaginare Jeff, anima pittorica e grafica del Seattle sound, alle prese con colori e pennelli. Il mezzobusto di tratto picassiano, oltre ad essere l’ulteriore prova di un genio artistico a 360 gradi, è anche il post che inaugura il nuovo profilo Instagram: @officialament. Follow him (and The Strangest Tribe)!

Laura Faccenda


Lorde – Solar Power

La neozelandese Lorde è tornata dopo tantissimo tempo come se niente fosse, rispondendo alla nostra incredulità con placida calma, voltandosi nel suo incedere verso le onde, con i piedi ben piantati nella sabbia cocente, e con invidiabile nonchalance ci intima di seguirla, e che stiamo aspettando? Niente Lorde, è che con i tuoi soli ventiquattro anni di età sei già un peso massimo del pop mondiale, con Grammy vinti e consensi a pioggia, ed è dal 2017 che non fai niente di nuovo. E ora torni così, con quella copertina gialla accecante e aggressiva che ha fatto esplodere internet, meme e discorsi da bar annessi, e ora questa “Solar Power”, tre minuti e poco più di leggerezza stilosa che è come emergere dalla superficie ondulata del mare dopo essere stati intrappolati in una tenebra di abisso da mesi e mesi. Che dire, un gavettone di freschezza che nemmeno fai in tempo a godertela che già è finita. Nemmeno il tempo di realizzare il tuo ritorno, il tuo invito a un tuffo nell’acqua salata, che già sei sparita sotto il blu del mare e del cielo estivo. «La pazienza è virtù» hai detto, ed è vero. Lasciami solo qualche secondo per realizzare, ok? Accompagnamento di chitarra acustica, produzione all’avanguardia e una melodia che è miele per le orecchie, la concisione di questa nuova uscita è calibrata al dettaglio. Il terzo album lo aspettiamo proprio come ce lo hai descritto, pieno di «Light, playful and fun», una celebrazione della rinascita e della natura che non ha suggello migliore e più evocativo dell’esplosione dell’estate, della prepotenza di un sole allo zenith. “Solar Power” è prodotto e co-scritto dal collaboratore di lunga data Jack Antonoff che suona la chitarra acustica e, indistinguibili ma preziose, le voci nei cori di Phoebe Bridgers e Clairo. C’è persino una vecchia conoscenza di Pearl Jam e Soundgarden, il batterista Matt Chamberlain.  Il ritorno di Lorde sposterà di prepotenza gli equilibri del pop mondiale, e non vediamo l’ora di goderci il caos e lo spettacolo.

Daniele Corradi


Manchester Orchestra – Never Ending

Eccoli, di nuovo loro. Uno dice: “«Che peccato, ora che è uscito il disco non possiamo più metterli nel Friday»… E invece no! I Manchester Orchestra trovano il modo, con “Never Ending”, brano composto al tempo della realizzazione dell’album “Cope” (2014) e lasciato a decantare per anni, in attesa di una collocazione adeguata. Un innesto affascinante, potente, strettamente connesso alla bellissima traccia “After The Scripture”, ma fuori contesto nella tracklist del quarto album. Dopo sette anni interviene però quel genio di Tyler Bates, compositore e produttore impegnato nel mastodontico progetto “Dark Knights: Death Metal” della DC Comics. L’obiettivo è mettere insieme una squadra di talenti assoluti per dar vita alla colonna sonora della mini-serie a fumetti realizzata da Scott Snyder e Greg Capullo, uscita tra il 2020 e il 2021. Tyler bussa alla porta dei Manchester Orchestra ed Andy Hull – che non si lascia mai, mai, mai scappare un’occasione di collaborazione – apre senza neanche guardare dallo spioncino. Partendo da quella demo rimasta nel cassetto, la band di Atlanta lavora a stretto contatto con il collega per produrre la traccia perfetta e il risultato è fenomenale. La provenienza dark ed heavy dell’era di “Cope” si sente tutta, ma la grande crescita artistica maturata con “A Black Mile to the Surface” e il recente “The Million Masks of God” aggiunge uno strato di sofisticatezza ed epicità che ci restituisce la band al proprio meglio assoluto.

Umberto Scaramozzino

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