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Ancora annunci nel Regno Unito, con il Bonnaroo Music & Arts Festival di Manchester che svela la superba lineup del suo ventennale, mentre nel resto d’Europa continuano i reschedule a tappeto, l’ultimo dei quali ha riguardato lo storico Rock Werchter. Il festival belga ha comunque annunciato come headliner i Pearl Jam, i quali hanno anche spostato al 2022 il loro intero tour europeo, Imola compresa. Avete segnato il 25 giugno 2022 sul calendario?

A Barcellona c’è stato il chiacchierato esperimento (perché questo era: un esperimento) con un concerto al chiuso con 5000 partecipanti, tamponati prima e dopo per valutare gli effetti di un tale assembramento con mascherina. Sei positivi, ma anche una spesa di circa duecentomila euro a fronte di un incasso della metà. Vedremo che ripercussioni avrà sulle ipotesi future. E comunque qui, tra una polemica e l’altra, continuiamo a rosicare, con qualche piccola gioia offerta dai primi annunci per la seconda metà dell’anno. Insomma, c’è da aspettare. E se avete amici inglesi, bloccateli prima dell’arrivo dell’estate per non soffrire troppo.

Poche le uscite discografiche interessanti, tra cui spiccano sicuramente i Godspeed You! Black Emperor, con il loro “G_d’s Pee AT STATE’S END!”. Per il resto alzi la mano chi almeno una volta ieri ha abboccato ai finti annunci di album per il primo di aprile. In redazione, siccome siamo sognatori, ci siamo cascati più volte durante la giornata. Ma non ce ne vergogniamo.

Ed ecco, come sempre, la nostra selezione dei brani più interessanti della settimana. Buona lettura e buon ascolto!


Garbage – The Men Who Rule The World

Sette virtù, sette tristezze, sette peccati capitali. Sette. Questa è la numerologia alla base della struttura genetica del nuovo album dei Garbage, il settimo in carriera. Esce l’11 giugno “No Gods No Masters”, quattro parole che anticipano come uno schiaffo i temi riottosi che già trapelano dal primo singolo estratto, “The Men Who Rule The World”.
Quando persone come la sempre sensualissima Shirley Manson decidono di andarci pesante, meglio prestare attenzione. Le sue rosse, iconiche labbra sparano a zero su capitalismo, misoginia, razzismo e sessismo, difetti umani che sembrano essere esplosi in tutta la loro inappropriata sgradevolezza in quest’anno di pandemia, alla faccia di quel “ne usciremo migliori” con cui ci davamo coraggio all’inizio dell’incubo e che oggi suona grottesco alle nostre stesse orecchie. Un sound che come al solito prende il pop e lo sporca di contaminazioni rock ed elettroniche, creando quella “spazzatura” musicale che è marchio di fabbrica del gruppo del Wisconsin e che noi adoriamo ormai da quasi trent’anni. L’urgenza non è quella di fare ballare o di creare un motivetto orecchiabile, ma di graffiare lasciando nelle ferite aperte del sale che non ci faccia distrarre o dimenticare il motivo per cui i Garbage ci hanno richiamati alle armi. Si torna quindi ad uno stile risalente agli anni novanta del capolavoro “Version 2.0”, una verve ritrovata grazie anche all’isolamento negli studi di proprietà della famiglia del chitarrista Steve Marker, piazzati nel bel mezzo del deserto di Palm Springs, dove l’album è stato registrato e prodotto dal marito della Manson, Billy Brush. Focus chiaro e pochi fronzoli quindi, in un contesto in cui i nostri omaggiano la storia della musica. Con la notizia che l’album verrà accompagnato da una versione deluxe contenente tra l’altro cover di Patty Smith/Springsteen (“Because The Night”) e Bowie (“Starman”), già il titolo del primo estratto ammicca parecchio alla fenomenologia del Duca Bianco. Il rumore di monete che cadono e la ripetizione della parola “Money” richiamano poi i Pink Floyd di “The Dark Side of the Moon”.
Mentre gruppi come i Foo Fighters hanno puntato sulla leggerezza, per digerire meglio questi tempi bui, i Garbage hanno colto quella che per loro appare come un’occasione unica di sensibilizzare i fan del rock di tutto il mondo verso problemi enormi che ci allontanano inesorabilmente e ogni giorno dall’essere una razza civile e illuminata, anche tramite un video esteticamente in linea con i toni dissacranti e abrasivi della canzone a cura del regista e illustratore cileno Javi.MiAmor.

Daniele Corradi


KALEO – Skinny

Un talento strabordante, un album all’attivo (“A/B”, 2016) ed una numerosa serie di singoli di alto livello. Signore e signori, direttamente dall’Islanda, ecco a voi i Kaleo. L’attesa per il loro secondo lavoro in studio, la cui pubblicazione era prevista nel giugno 2020, è stata prolungata a causa del più grande imprevisto planetario chiamato Covid-19. Ieri, però, la band ha sia annunciato – più seria che mai nonostante la giornata del pesce d’aprile – il release day (tra ventuno giorni esatti), sia lanciato su tutte le piattaforme il quinto singolo estratto da “Surface Sounds”. Se questo è il prezzo da pagare per il forzato ritardo, beh, tenete pure la mancia. “Skinny” non è soltanto testimonianza della maturità artistica del gruppo ma è anche prova di consapevolezza intellettuale, complessa e concreta. Quello che entra in scena come un brano intimo – chitarra acustica e voce – dedicato ad una sofferta storia d’amore, un monologo su cui puntare un unico faro, sorprende già dal primo atto, dal primo chorus. Le luci si accendono su un palco ben più ampio, dove riecheggiano verità, sentenze e accordi distorti sul filo delle caratteristiche corde blues-rock. Protagonista d’eccezione è, infatti, una figura femminile, universale e muta, sulla quale si riversano deformati e schizofrenici giudizi sociali: «You’ve got to stay skinny, don’t you, girl? You’ve got to stay pretty while you can. You’ve got to stay hungry for the fans». Un flusso sessualmente discriminatorio, rafforzato da un’ulteriore prospettiva che si aggiunge nel dialogo a senso unico, nelle strofe successive. Il copione antagonista del subconscio, del demone che inneggia alla perfezione, sottolineando tutto ciò che non coincide con essa  – «Your face is rotten / Ugliest smile I have seen / Your name’s forgotten» – ed indicando la via della resa («go on, surrender»), dell’oblio, dell’autodistruzione («another suicide teen»). La gabbia infuocata di un mondo che ha stretto un patto con il diavolo dell’apparenza e brucia, inghiotte in quel grido abissale del frontman Jökull Júlíusson, così espressivo, così toccante. È proprio il suo volto ad apparire sull’artwork solenne e frantumato. I rottami di uno specchio tiranno, forse. O il bottino di una guerra contro falsi miti e simulacri vinta a colpi di ribellione, protesta, denunce, parole e volume per ricomporre un riflesso nuovo, intatto, autentico. «Smile», sussurra una ragazza, nei primi frangenti della canzone. Segue il “click” di una macchina fotografica. Quell’immagine, quel sorriso saranno corrispondenti, radiosi, liberi. Promesso

Laura Faccenda


R.D. Thomas – Sweet Nothing (Cowardice Season)

Il 2020 ha soffiato a pieni polmoni su molti fiammiferi, che promettevano di poggiarsi presto su una scia di benzina per divampare in un fuoco annunciato. Uno di questi rappresentava i Brother & Bones, quintetto rock della Cornovaglia che aveva fatto presagire un futuro più che roseo nel 2015, con l’album di debutto “Omaha”, salvo poi sparire dai radar per cinque lunghi anni. Cercare di tornare nel 2020 è risultato fatale: a poche settimane dalla pubblicazione del secondo disco, “Dress the Emperor”, i Brother & Bones hanno cessato di essere una band. Da questo scioglimento è scaturita però la carriera solista di Richard Thomas (noto come R.D. Thomas), frontman del gruppo che con il suo timbro caldo e avvolgente tendeva a catalizzare l’attenzione. Con un dono come il suo la scelta di continuare era scontata. Così, dopo alcuni EP di orientamento usciti lo scorso anno, ecco arrivare oggi la prima perla del 2021: “Sweet Nothing”. Oh sì, ci siamo. Il pezzo esalta con eleganza le doti canore di R.D. Thomas e getta le basi per un percorso autoriale di assoluta qualità. Al primo approccio, lui è uno di quelli che ti fanno esclamare: «Ma chi cazzo è questo e perché lo scopro solo adesso?». Non ha mai speso molte energie nel promuoversi e raccontarsi (uno dei motivi per i quali forse la sua band non ce l’ha fatta), ma lascia che siano la sua musica e il suo talento a parlare per lui. «All I have to give is sweet / And all I have to say is sweet nothing», recita con genuina eloquenza il ritornello, in quello che potrebbe quasi essere un manifesto artistico.
Sembra che il polistrumentista abbia anche trovato la quadra a livello sonoro, andando a riprendere le migliori influenze offerte da colui che viene naturalmente identificato come il suo mentore: Ben Howard. È stato proprio l’artista londinese a fargli muovere i primi importanti passi come membro della sua band, dandogli addirittura in mano l’opening act, e volendolo ancora una volta con sé nel gruppo A Blaze of Feather, affascinante progetto nato nel 2017. Da quelle esperienze Richard ha sicuramente assorbito molto, maturando come autore e musicista, trovando forse il modo perfetto per veicolare tutto ciò che ha da offrire. C’è quindi da gioire, perché anche se si è infranto il sogno dei Brother & Bones, quello di R.D. Thomas sembra essere pronto a realizzarsi.

Umberto Scaramozzino

Foto copertina di Mathias Marchioni.

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