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Sembra che siamo incastrati in un loop melmoso (per non essere scurrili): continuano ad emergere accuse contro Marilyn Manson, continua la polemica incrociata in merito alla Partita del Cuore e alla Nazionale Cantanti, Courtney Love continua a smentire la reunion delle Hole e continuano ad uscire articoli che evidenziano inspiegabili somiglianze tra Damiano David dei Måneskin e gente a caso. Ma basta.

Oggi però è una giornata davvero importante per le release, principalmente perché vede finalmente la luce uno dei dischi più attesi dell’anno, ovvero “Blue Weekend” dei Wolf Alice (di cui abbiamo parlato qui e qui). Eh sì, si gioca in scioltezza un posto nelle top charts di fine anno. Insieme a loro anche i Rise Against (eccoli), che pubblicano “Nowhere Generation”, e i cleopatrick (proprio loro) che finalmente debuttano con “Bummer”.

Attenzione anche a John Mayer che, con un revival anni Ottanta che solo lui poteva rendere così fresco e stiloso, tira fuori un eccezionale EP dal titolo “Last Train Home”. Una bomba. Sul fronte italiano invece abbiamo il nuovo album dei Casino Royale, “Polaris”, mentre Cristina Donà ha annunciato il suo “deSidera”, in arrivo il 23 settembre.

Eravamo convinti che a mezzanotte uscisse il singolo dei Gang of Youths ed eravamo pronti a scannarci per accaparrarcelo, invece non è ancora uscito (abbiamo capito male noi? Uscirà col fuso orario australiano? Chi lo sa) e quindi tutto bene quel che finisce male. Per fortuna di singoli fighi ce ne sono sempre tanti. Ecco i nostri tre consigli della settimana. Buona lettura e buon ascolto.


CHVRCHES – How Not To Drown (feat. Robert Smith)

Da quando Robert Smith ci ha regalato il featuring con i Gorillaz (“Strange Timez”) e la collaborazione con i Deftones per il ventennale di White Pony – vi ricordate il suo remix di “Teenager”? No? E allora andate qui – continuo a pensare che il leader dei The Cure abbia tanto da offrire alla musica contemporanea. Non parlo dell’inestimabile retaggio di cui siamo tutti ben consapevoli, neanche dell’attesissimo e imminente ritorno della sua band, ma di un apporto in prima persona, mettendo le mani in pasta per elevare altre band, magari giovani. Pensando proprio al lavoro dello scorso anno con i Deftones, mi è venuto naturale proiettare quest’idea di Bob-remixa-tutto sul synth pop, non chiedetemi perché. Sta di fatto che se dici synth pop nel 2021 il nome “CHVRCHES” dovrebbe metterci davvero poco ad arrivare in risposta. E infatti eccoci qua. Per il secondo singolo estratto da “Screen Violence”, fuori il 27 agosto, il combo scozzese si avvale dell’iconico volto truccato, capelli arruffati, voce rampicante. Si intitola “How Not To Drown” il brano del sodalizio tra i CHVRCHES e Robert Smith, ed è un trattato su come congiungere due mondi. Un moto armonico avviato da un tocco dark che arriva dritto dritto dagli anni Ottanta e conquista già a pochi secondi di riproduzione. E poi c’è l’outro strumentale, ammaliante e claustrofobico allo stesso tempo, che pure se fosse Robert in persona a giurare e spergiurare che non è farina del suo sacco io proprio non gli crederei.
«Questo testo» – racconta la frontwoman Lauren Mayberry – «parla di un periodo in cui volevo solamente sparire, l’unica volta in cui ho pensato di abbandonare la band. Mi sembrava di annegare e non sapevo come tornare indietro. Ma l’ho fatto. E se anche voi vi siete sentiti così, spero possiate troviate la via del ritorno. Questo capitolo è su cosa fare dopo essere riemersi».

Umberto Scaramozzino


Matt Maeson – Nelsonwood Lane 

Ah ma chi si rivede. Una vecchia conoscenza del Flash Friday. Non ve lo ricordate? Comprensibile perché ne avevamo parlato in merito al progetto USERx, di cui è co-fondatore assieme all’amico e collega produttore Rozwell. Matt Maeson – Virginia, classe 1993 – torna sotto i riflettori della nostra selezione grazie al singolo che anticipa il suo secondo album, ancora in fase di lavorazione. Il titolo – “Nelsonwood Lane” – si ispira al nome di una strada di Gloucester dove l’artista viveva da bambino: «La mia intenzione era quella di scrivere di un evento specifico che è accaduto in quel periodo. Ad un tratto si è trasformato tutto in una sorta di time-lapse di molte esperienze diverse che, per la prima volta, si sono collegate in molti modi». Un flusso di coscienza anticipato dalla frequenza di un sibilo ed affidato agli accordi solenni del pianoforte. Versi che scorrono – apparentemente sconnessi – lungo la strada dell’esperienza, dell’esistenza di Maeson: «È come se stessi balbettando con un terapeuta su ricordi traumatici». Sequenza dopo sequenza, l’autore diventa protagonista di una miniserie autobiografica, di cui la voce – in perfetto equilibrio tra acuta intensità e spoken contemporaneo – è colonna sonora ideale. Lo stile evocativo che rimanda, da una parte, alla sperimentazione estrosa di Bon Iver e, dall’altra, all’alt-pop di Dermot Kennedy, si vivifica nelle immagini del video ufficiale, vero e proprio cortometraggio d’autore. La confessione iniziale al bancone di un bar – «ho guidato tra le montagne un paio di giorni […] è come se la morte mi stesse inseguendo» – si esplica in una successione simbolica in cui, ad ogni chilometro, viene esorcizzato un oggetto emblematico. Manette che richiamano il bagaglio di Matt come performer nelle prigioni americane di massima sicurezza, le catene del passato sotterrate, la divisa arancione da carcerato consunta di colpe e ingiustizie repressive, le panche di una chiesa dagli echi gospel, una pagina della bibbia strappata e data alle fiamme. Un rito di espiazione individuale. Ma non solo: «Le parole fluivano spontanee. Ogni volta che ciò accade, so che sarà qualcosa di molto importante per me e spero che lo sia anche per qualcun altro».

Laura Faccenda


Volbeat – Wait a Minute Girl /Dagen Før’

Ci sono tante cose che adoro della musica, e dei concerti in particolare. C’è una cosa che sta proprio al fianco della comfort zone di ascoltare la musica che mi ha cresciuto, che riconosco essere parte di me, e che trova una sorta di consacrazione ufficiale in un contesto  condiviso da migliaia di altre anime intorno a me, ed è quella della scoperta. Vi posso assicurare che capita, soprattutto nei festival, quando sono fatti con criterio e quando le band non sono messe in cartellone a caso ma cercando di anticipare ed estendere i gusti di chi segue i gruppi maggiori, di essere folgorati dalla scoperta di qualche nuovo artista. Insomma, è successo che una volta, a Roma, la mia sete di comfort zone mi aveva fatto viaggiare centinaia di chilometri, richiamato dal programma che prevedeva Metallica e Alice In Chains, insieme. Imperdibile. Sono arrivato con largo anticipo per il grande evento e le note di una canzone leggera e pesante insieme, melodica ma con un riff potente, coinvolge me e tutto il pubblico come una folgorazione, senza preamboli. Si trattava di “Radio Girl” (dall’album “Rock The Rebel/Metal The Devil”), e sul palco c’erano degli strani tipi provenienti dalla Danimarca, vestiti di pelle ma pettinati come Johnny Cash, che proponevano un assurdo mix di rock ‘n’ roll classico alla Elvis fuso al thrash metal di maniera, che più di maniera non si può. Ormai seguo i Volbeat da qualche anno,  sono anch’essi entrati nella mia comfort zone musicale, e da parte loro non fanno nulla per turbare questa situazione. Album dopo album, all’ascolto rimane quella grottesca illusione di entrare in un saloon del far west e trovarci dentro dei fan dei Metallica. Anche ora, nel 2021, due singoli nuovi non fanno che portare avanti questa linea. Sono “Wait A Minute Girl” e “Dagen Før“, due pezzi che il cantante Michael Poulsen definisce due bombe d’acqua estive concepite e scritte nel periodo di lockdown, e quindi in qualche modo significative per musicare questo ritorno alla vita che coincide proprio con la bella stagione. Il nuovo materiale è firmato dal produttore di lunga data Jacob Hansen e gli elementi che vanno ad arricchire l’energico sound sono il sassofono di Doug Corcoran, il piano di Raynier Jacob Jacildo, i cori di Mia Maja in “Wait a Minute Girl” e la voce della danese Stine Bramsen degli Alphabeat nella canzone ibrida di lingua sia danese che inglese “Dagen Før (come già era “For Evigt” dall’album “Seal The Deal & Let’s Boogie”). Si balla e si cantano testi che sembrano carpiti a fine serata da qualche anima perduta riversa sul bancone in qualche bar dopo una sbronza triste, di quelle che tirano fuori un romanticismo inopportuno in certi contesti, ma che viene fuori naturale come acqua da una sorgente. E non preoccupatevi delle brutte figure, siamo tra amici. 

Daniele Corradi

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