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C’è una scena, in “Singles” – pellicola del buon Cameron Crowe (1992) – in cui Cliff Poncier, per farsi perdonare da Janet, monta sull’auto della ragazza un impianto audio da urlo. Una sorpresa, una premura inaspettata e la prova – sul momento – del volume che cresce, cresce, cresce fino a rompere i vetri della macchina, trasformando il pegno d’amore nell’ennesimo, goffo fallimento. In quella scena, compare anche Chris Cornell. È stupito, fiero del suo amico. Scuote i lunghi capelli a tempo, per poi restare incredulo ed immobile di fronte alla totale disfatta, di fronte ai mille pezzi sparsi sul viale.

Mi sono sentita così, quattro anni fa, all’arrivo della notizia della sua scomparsa. Immobile, incredula. La vertigine, la perdita totale di equilibrio, già precario e quasi inesistente, in quel periodo. Il volume della sua musica ha colmato siderali silenzi, ha dato voce – unica, irripetibile voce – a ricordi, istanti, pensieri e riflessioni. Il potere magnetico, profetico, quasi divino di esprimere nei dettagli – anche più taglienti e crudi – ciò che io non riuscivo, non volevo. Temevo. Sentirsi persa, nascosta, invisibile dietro parole che non trovavo.

Lo cantava lui, in “Seasons”, legittimando e rendendo incommensurabile quell’attitudine a bussare alle porte della zona d’ombra, senza chiedere il permesso. Le zone oscure che si ripercorrono senza mappa, a memoria, attraverso strade tracciate da ferite, cicatrici, scottature, lividi. Un angolo di comfort distopico, un vortice, una corrente tanto violenta da allontanare dalla riva delle presunte certezze. Un sogno realizzato, il talento, l’affetto, l’esser diventato un simbolo per aver superato ostacoli, perdite – «la nostra innocenza è finita con la morte di Andy» – cambiamenti, cadute, critiche e rivincite non sono aghi della bilancia così preponderanti, a quel punto.

Quando ho letto quella maledetta notizia, il 18 maggio 2017, il volume della sua musica, della sua presenza costante e dell’impronta indelebile della sua esistenza nella mia esistenza hanno raggiunto decibel di dolore insopportabili. Il boato assordante della perdita ha inghiottito la fragile dimensione terrena in una voragine di silenzio. Ed il cuore è esploso, in mille pezzi. Proprio come era accaduto in quella scena con la macchina di Janet. Su ogni vetro, su ogni scheggia risplende il titolo di una canzone. Posso soltanto rimetterli insieme, nonostante il vuoto assordante. È ciò che ha lasciato, che ha donato, senza voler nulla in cambio. Ed ha un valore inestimabile. È come se, in quel frame, Chris fosse sceso dagli scalini e avesse iniziato a raccogliere ogni singolo frammento, tentando di alleviare la sofferenza. È come se vedessi ancora il suo sorriso, nell’invito a fare lo stesso, nella consapevolezza di non essere da sola, in quella ricomposizione. C’è lui, c’è ancora lui. E ci sarà sempre.

“No one sings like you anymore”.

Foto copertina di Mathias Marchioni.

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So walk tall, or baby, don't walk at all.