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Chi ricorda l’apparizione a sorpresa di Eddie Vedder durante il livestream di compleanno di Glen Hansard? Sembra una vita fa. In realtà si tratta solo dell’aprile scorso, uno dei mesi colpiti dalla prima quarantena globale. In quell’occasione – una delle prime in cui si è concesso a cuor leggero alla giostra delle dirette sui social – il cantante dei Pearl Jam ha dedicato all’amico una poesia composta per celebrare l’importante tappa. I cinquant’anni appena compiuti sono paragonati ai cinquanta anelli di un albero, circonferenze identitarie dell’esistenza. Una metafora per afferrare il tanto sfuggente quanto filosofico concetto di tempo, che corre, scorre, sembra dilatarsi o concentrarsi ma non si ferma, mai. La chiave di volta, la legge aurea più controversa e, paradossalmente, più umana. “Matter of Time”, come recita il titolo dell’ultimo brano pubblicato dell’artista, il 20 novembre, con l’obiettivo primario di sensibilizzare alla ricerca di una cura per la malattia genetica dell’epidermolisi bollosa. Tutta la famiglia Vedder è parte integrante dell’associazione EB Research Partnership, la stessa che ha organizzato l’evento online benefico, “Ventures Into Cures”, supportato da numerose star internazionali e culminato nel video della canzone inedita. 

Una sorta di graphic novel animata, illustrata da Jeff Lemire, cui il potere della musica, evocato al pianoforte da note e versi, libera i bambini farfalla da ogni medicazione, permettendo loro di sorridere, giocare, correre, annullare le differenze, volare da un’altalena fino alla luna. Eddie si proclama guerriero della luce, pronto, anche come unico granello, a resistere alla marea. Egli testimonia l’inebriante sensazione di respirare la vita a pieni polmoni, dopo aver trovato la sua tribù (“follow the strangest tribe”). Il dolore non lo spaventa. L’obiettivo è la verità. Per raggiungerlo è necessario costruire un ponte, lanciare le bende oltre l’ostacolo, oltre la sofferenza affinché diventino corde di speranza, salvezza, rinascita su una nuova riva sicura, florida. Avviene, in una versione più nobile ed elevata, quel poderoso processo che, da trent’anni, lenisce le ferite dell’anima, le sfiora, attende con pazienza che si chiudano e schiudano in cicatrici. Segni particolari, che, però, non acuiscono il trauma. Non più. Perché ci si confronta, si condivide, si esorcizza attraverso quel sound – il Seattle Sound – specchio di un’intera generazione e dell’eredità in termini di solitudine, depressione, riflessione, sensibilità d’animo. 

«Tuo padre ed io abbiamo parlato di musica o di arte come modi per sfogarsi. Ovviamente lui scriveva testi molto cupi, come Kurt e Layne. Non scrivevano canzoni del genere a tavolino, era roba vera» – ha commentato Vedder, nel corso della video intervista per “Mind Wide Open”, il format su Instagram creato da Lily Cornell Silver – «Cominciarono a prendere in giro i gruppi grunge e la si prese sul personale: non era una recita. Che poi è il motivo per cui alla gente piaceva, sembrava averne bisogno. Sentivano di aver trovato qualcuno che parlava per loro ed esprimeva quel che provavano». Un manifesto artistico ed esistenziale, contemporaneo e postumo, fra le cui righe si interseca una cronologia complessa: ieri, oggi e domani sono filamenti di uno stesso DNA, unico ed inconfondibile, che si protrae lungo i cavi di microfoni ed amplificatori, sopra e sotto il palco. Fasciature dal tessuto cangiante. Può restare ruvido, ispido nel tentativo di proteggere i punti deboli oppure rivelarsi una terapia miracolosa. 

Spesso, quasi sempre, è questione di analisi, consapevolezza, crescita. È questione di tempo, appunto. Ed è proprio attraverso il tempo, tema intercettato ed approfondito all’interno della discografia dei Pearl Jam, che vogliamo rendere omaggio ad Eddie Vedder nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. Un modo per festeggiarlo, un regalo per contraccambiare tutti i momenti in cui – grazie a lui, grazie alla band – le lancette si sono fermate, la sabbia nella clessidra si è cristallizzata in ricordi ed attimi irripetibili, eterni. 


Il passato

La traccia che inaugura “Ten”, album d’esordio della formazione di Seattle, è intitolata proprio con un riferimento temporale, al passato: “Once”. Benché il ritornello ricalchi la formula delle fiabe più iconiche, lo scenario dipinto dal grido feroce di un ventisettenne, ex benzinaio di San Diego, è tutt’altro che idilliaco. Da un immaginario di cronaca piuttosto reale –  la capitale dello stato di Washington era stata anche ribattezzata “la città degli omicidi insoluti” e persino i Green River di Stone Gossard e Jeff Ament “dovevano” il nome alle vicende di Riverman, killer che nascondeva le vittime nel letto del Fiume Verde – la canzone ha per protagonista un assassino, un uomo incapace di amarsi, amare e controllarsi. Un’ipotetica storia di shock precedenti, bussola traditrice per quel bivio imboccato con una donna sul sedile posteriore. Un crocevia intricato di perdite e mancanze, da attraversare con due destinazioni differenti, polari, una rispetto all’altra: dannarsi o salvarsi. Provarci, almeno.

Chissà in quale misura sogni e passioni comuni abbiano deviato la vettura nella direzione giusta, quella con la vista mozzafiato, pur provenendo dagli stessi abissi. Considerando come è andata – e come sta andando – la quantificazione darà un risultato esorbitante. E chissà quanto possa sembrare incredibile, a distanza di un anno dall’invio del nastro “Mamasan”, correre alla conquista del mondo, sulla strada del destino, capelli al vento, da un palco all’altro.

Che il limite tra il viaggio e la fuga sia labile è cosa nota. Diventa fondamentale, però, intercettarne il riflesso da uno specchietto retrovisore, realizzare di aver guadagnato almeno qualche chilometro. Voltarsi per scorgere il proprio passato da una prospettiva più chiara, privilegiata – “saw things so much clearer” – sebbene non ancora sufficientemente scevra dalla rabbia, per dimenticare. La ruota dovrà compiere qualche altro giro per approdare ad una pacificazione, ennesima iperbole della vita che si avvicina all’infinito ad un ideale, senza incrociarlo mai.

“All Those Yesterdays”, la ballata di rito con cui i Pearl Jam chiudono “Yield” ne è testimonianza diretta. Annoverati alla lettera “tutti quei giorni” trascorsi nella lotta contro i propri fantasmi, contro il sistema, contro se stessi, si può procedere alla fase successiva: appoggiare la testa, riposare, scappare – “it’s not a crime to escape” – se ci si allontana da convinzioni marmoree. In quel periodo, Vedder sputa il coltello che stringe tra i denti e decide di cambiare tattica, passando all’autodifesa, più utile e rigenerante: «È una delle arti marziali, si chiama Jeet Kune Do. Quando qualche cosa ti viene contro con tanta energia, tu usi quella stessa energia per annientarla. Non cercare di lottare contro cose più grandi di te, devia l’energia e lascia che quella cosa si distrugga da sé».


Il presente

Una strada che si allunga a perdita d’occhio. L’orizzonte, laggiù, tanto rassicurante quanto imperscrutabile. Un passo dopo l’altro, con ritmo multiplo: accelerare per poi riprendere fiato. Salutare, conoscere, osservare, inciampare, rialzarsi, ricominciare. È questa la linea del tempo del nostro presente. Una traversata che siamo chiamati ad affrontare ogni giorno, reiterando un automatismo quotidiano pericolosissimo, qualora il panorama su cui affacciarsi sfumi nell’abitudine logora, negli interrogativi irrisolti sul passato, nei dubbi ossessivi sul futuro.

Leaning out to catch the sun’s rays/ A lesson to be applied” canta Eddie nella strofa iniziale di “Present Tense”, licenza poetica e grammaticale in quanto non corrisponde a nessun tempo verbale anglosassone. L’invito per eccellenza a vivere pienamente il “qui ed ora”, perdonando e, soprattutto, perdonandosi. Lasciarsi abbagliare dallo spiraglio che buca la rete, essere il girasole che impazzisce di luce, trovare un’ancora nel mare in tempesta. Anche in un frangente storico come questo, di totale sovvertimento su scala individuale ed universale. Chi l’avrebbe mai detto, chi l’avrebbe mai immaginato.

Things were different then, all is different now / I tried to explain, somehow” si legge nel testo di “Hard To Imagine”. Hanno provato a spiegarlo, nel loro modo attivo ed attivista, con un nuovo disco concentrato sulle tematiche attuali più impattanti (la crisi climatica e la voragine politica degli Stati Uniti, per citare le due macrocategorie). Li abbiamo trovati in prima fila nell’iter delle elezioni, promuovendo a gran voce il cambiamento di rotta essenziale per la nazione. Hanno partecipato a livestream celebrativi, eventi benefici online, interviste mai così intime e di lunga durata. Sono nati progetti paralleli (i Painted Shield ed i Nighttime Boogie Association), inediti e colonne sonore. È innegabile che il temperamento ribelle sia un lontano ricordo. È innegabile il timore che la fonte contemporanea di ispirazione possa provenire soltanto – o in gran parte – da spunti legati alla società e non al “sacro fuoco dell’arte”. Come è innegabile, anche, la “critica a tutti i costi” che da circa un decennio entra di diritto (quale?) nei poteri conferiti alla fanbase.

Vedder non sembra essere a proprio agio nei panni di “abitante di Instagram” o di simpatico bartender, è vero. Non manca un’evidente patina di malinconia nei suoi occhi. La lontananza dal palco, dagli amici e colleghi, dalle persone che intonano all’unisono “keep on rockin’ in the free world”, di sicuro, è motivo di turbamento anche per i nostri supereroi. Non dimentichiamo che, dopotutto, sono uomini anche loro (“under everything just another human being”). E non dimentichiamo che Ed e compagni avevano già alluso a quanto siano insormontabili e incolmabili determinate distanze. Un monito scoccato alle stelle, fra le stelle, in “Light Years” (perla di “Binaural”, sulla cui copertina appare la nebulosa Clessidra). Per colmarle, se non si interviene, se ci si arrende, non bastano due dimensioni. Né quella temporale, né quella spaziale possono nulla.


Il futuro

Con “The End” incastonata in chiusura di “Backspacer”, uno dei lavori in studio più bersagliati, si è temuto davvero il peggio. Un’amara ammissione, un segreto sussurrato, una confessione perentoria: per quanto si possa correre, scegliere, sbagliare, resistere, il tempo sarà sempre l’avversario contro cui cimentarsi. Un presunto vantaggio sarà comunque cancellato dai suoi segnali che, come ambasciatori, non contemplano indifferenza o rifiuto. Una considerazione ponderata e matura che i giovani aitanti e rabbiosi, appena usciti dalla sala prove, non avrebbero mai potuto formulare. La goccia che scava la roccia e giunge allo strato più profondo. Ma non l’ultimo. Perché se Kronos, tiranno, sancisce i propri dettami incontrovertibili, da quello stesso ordine di cose scaturiscono certezze. Una su tutte: il futuro. Qualsiasi esso sia, è già in azione nel millesimo di secondo successivo al nostro restare immobili, nel tentativo di scorgerlo. Una prova che richiede coraggio, lo stesso che ha concesso un ulteriore capitolo, dopo “The End”. Un’ulteriore chiosa di un album, neppure il più recente. Quando “Future Days” viene presentata per la prima volta, nel 2013, va in scena uno spettacolo che sarebbe stato inimmaginabile per qualsiasi musicista immerso nella penombra e nel sudore dell’Off Ramp Cafè, una ventina di anni prima. «Quando l’abbiamo suonata al Wrigley Fields, in apertura delle Baseball Wolrd Series, mi sono sentito un tutt’uno con il pubblico» – ha affermato Mike McCready. Anche se il brano può assumere il significato di un’incondizionata dichiarazione d’amore, il segreto che custodisce è ancora più prezioso. È il desiderio di riporre fiducia in qualcosa. In questo caso, nel loro caso, nel nostro caso: la musica.

«Abbiamo cominciato a fare musica per soddisfare noi stessi. Credo che questo fosse il piano all’inizio. Quel che non avremmo mai pensato è che tante persone avrebbero stretto amicizie, scambiato idee e condiviso la propria umanità attraverso essa». Parafrasando il frontman, il “quid” da rintracciare nel percorso personale e professionale dei Pearl Jam, in qualità di sopravvissuti del grunge e dal grunge, è legato all’evoluzione spiraliforme, alla scheggia che trapassa le leggi del tempo. Un attimo sospeso, impercettibile, come il frangente in cui “Chloe Dancer” si schiude in “Crown Of Thorns”, come la prima scintilla di un falò dove ardono storie da raccontare, come la carezza di un’onda sulla battigia, che si infrange, muore, per rinascere. La sensazione di caduta libera – sì, quella dei sogni – ma attutita ed accolta dalle stesse mani su cui sono atterrati voli folli, euforici. Mani che ne hanno strette altre, hanno abbracciato transenne, asciugato lacrime, toccato il cielo di uno stadio. Un istante di eternità, come quello di una promessa al tramonto, luce naturale, sfondo perfetto per quelle cinque ombre che salgono sul palco, salutano, danno vita alla magia. È quello, è questo il tempo che aspettiamo. È così che vi aspettiamo, è così che ti aspettiamo Eddie. Intanto, buon compleanno, di cuore.

Foto copertina di Mathias Marchioni.

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