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Scrivere una lettera, oggi, sembra un’azione quasi anacronistica. Nella frugalità e nell’intersezione contemporanea di messaggi convogliati dalle piattaforme online, dai media e dai social, sedersi a tavolino, affidando i propri pensieri a carta e penna, ha acquisito il fascino dei gesti delicati ma dimenticati, delle dichiarazioni d’amore d’altri tempi. Insomma, una cosa mica da poco. Una “questione pratica”, come la definirebbe un mittente d’eccezione, Bruce Springsteen, lo stesso che ha affidato alla tangibile metafora il titolo del suo ventesimo album “Letter To You”, prodotto da Ron Aiello e pubblicato in data odierna da Columbia Records. Stando all’autobiografia, il Boss ha sempre trasformato le questioni pratiche in questioni identitarie (la parafrasi di Freud di «a volte un sigaro deve rimanere un sigaro per non uscirne matti» è un altro discorso, per altre attitudini). Nei dodici brani che compongono il disco, è presente un enorme spettro – in chiave sia retorica che letterale – identitario dell’autore, in qualità di ragazzo, artista, rockstar, leggenda e uomo che riflette e si riflette nel proprio passato, partendo dal presente, provando a scorgere l’orizzonte del futuro.

Impresa complicatissima se contestualizzata alla situazione di emergenza globale, vero e proprio frangente di oscurità in ogni angolo del mondo. È lì che, inaspettata e rincuorante, è recapitata una busta dal contenuto prezioso, concepito in una decina di giorni, sulle corde di una chitarra regalata a Springsteen da un fan probabilmente italiano, in occasione di uno dei suoi spettacoli a Broadway. Uno strumento dal marchio sconosciuto ma dal suono elegante, cristallino, perfetto per un’ispirazione fluida e costante, per degli spunti che affrontano i temi del ricordo, degli anni trascorsi a inseguire (e raggiungere) un sogno (“Glory days well they’ll pass you by”) – periodo da cui sono tratte “Janey Needs a Shooter”, “If I Was the Priest” e “Song for Orphans” – dei protagonisti della storia intessuta fra le trame del rock ‘n’ roll, del palco, della strada, del successo, della depressione, di ricongiunzioni e addii. Di quanto sia univoca ed irreversibile la linea del tempo che chiamiamo vita, Bruce, ne ha già scritto in “Wrecking Ball” (2012), tributo dedicato all’amico e sassofonista Clarence Clemons, scomparso nel 2011, a breve distanza da un altro collega e compagno di musica: Danny Federici.

Bruce Springsteen (Roma, 2013) - Wrecking Ball Tour
Bruce Springsteen (Roma, 2013) – Foto di Henry Ruggeri

“Born To Run”, tratto dalla propria storia vera – e la sua versione live traslata sulle scene del Walter Kerr Theatre – ha scavato ancor di più in profondità, con un approccio intimamente lucido, denudato da qualsiasi resistenza, al limite tra una confessione e una seduta di psicanalisi. È durante la programmazione che il songwriter d’America decide di far visita al chitarrista George Theiss, membro dei Castiles, sua prima formazione, giunto alla fine della battaglia contro una malattia terminale. La scomparsa dell’ultimo rappresentante di quel passato vivido e mitologico è il filo rosso che conduce direttamente fra le pareti dello studio del New Jersey, lo scorso novembre, dove Springsteen riunisce la E-Street Band (dopo quasi dieci anni) per registrare “Letter To You”. Una session fulminea di cinque giorni, one shot, in cui tutto è inciso live, al primo colpo. L’ON AIR si accende e profuma di miracolo per un artista devoto al controllo e al labor limae: «Abbiamo concluso tutto in cinque giorni ed è stata una delle esperienze più belle mai fatte». Un lavoro a più mani, a più voci. Un arrangiamento autentico, il classico sound seventies che si amplifica e si modella lungo il corso dello storytelling. Stavolta l’armonia e l’energia della E-Street Band sono gli elementi fondamentali per la riuscita dell’ennesima – ultima? – missione del “repairman” (e “mailman”, in questo caso): «Ciò che tento di fare è mettere insieme i pezzi, per me innanzitutto. Quando mi accorgo di essere a buon punto, il dono della musica, della mia musica, mi permette di aiutare gli altri. È parte del mio lavoro: ricongiungere gioie e dolori. È qualcosa che ha a che fare con la vita. È la vita. Sono un repairman».

Dunque, leggiamo insieme questa lettera, dall’esordio alla firma, paragrafo dopo paragrafo, traccia dopo traccia.

Bruce Springsteen - Letter To You

1. One Minute You’re Here

Ogni composizione degna di nota è anticipata da una prefazione. Su questa linea – e come primo punto di una circonferenza melodica e tematica che si compie nei cinquantotto minuti di durata del disco – “One Minute You’re Here” è un malinconico afflato acustico che ripercorre il moto ondoso dell’esistenza: arrivare e ripartire, arrivare per ripartire, in un batter di ciglia. La caducità, contrapposta e complementare al valore inestimabile del tempo, è raffigurata, attraverso tinte impressionistiche, nelle immagini di stazioni, stagioni, sospiri, fiumi che scorrono, braccia reciprocamente intrecciate per camminare con maggior vigore (qui, il libero collegamento poetico al Montale di «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale»). Un’atmosfera fuligginosa e sospesa che rimanda alle tradizionali ballate di apertura dei dischi springsteeniani o al pathos misterioso di “Nebraska”, capolavoro del 1982, menzionato durante l’intervento di Eddie Vedder, nel secondo episodio di Letter To You Radio. Chissà se anche il cantante dei Pearl Jam ha percepito un sottile parallelismo con la sua “Off He Goes” («Before his first step / He is off again»).


2. Letter To You

Con la titletrack, la E Street Band scalda ufficialmente i motori. In qualità di manifesto il primo singolo estratto annuncia le intenzioni di stile e arrangiamento. Roy Bittan racconta con non poco stupore le raccomandazioni giunte dal leader del gruppo riguardo il suonare “più nel classico mood della E Street Band”. «Questa cosa è buffa» – ha aggiunto il pianista e organista – «per anni mi ha detto il contrario». È su tale supporto cartaceo solido, ispessito dall’esperienza, che inchiostro, lacrime, sangue, gioie, paure, dubbi e verità trovano lo spazio che meritano, i destinatari che meritano: la famiglia, gli amici, i compagni di viaggio, i fan. Per tracciare una linea nero su bianco, come somma essenziale, è necessario tornare a casa. O meglio, è necessario sentirsi a casa.


3. Burnin’ Train

Il trillo dei primissimi secondi non può non ricordare alcune intro esplosive alla “Born To Run”. Il marchio a fuoco è quello della voce energica di Bruce, degli assoli pirotecnici di Little Steven, degli evergreen della formazione più incendiaria della storia del rock. Il treno, con le faville incandescenti generate dall’attrito sui binari mai dritti, mai prevedibili dell’esistenza, rappresenta, ancora una volta, l’invito a godersi l’itinerario, rivolto in particolare alle anime sognanti, libere, ambiziose, consacrate e maledette dall’arte: «È la croce della mente creativa, forse, oppure è quell’irrefrenabile istinto di correre che ti costringe a immaginare mondi, amori e luoghi sempre diversi da quelli in cui sei comodamente sistemato, quelli che custodiscono tutti i tuoi tesori. Tesori che gli spazi confinati e aridi della mente creativa possono far sembrare miseri. Inutile dire che, piaccia o no, di vita ce n’è una sola, e averla è una fortuna».


4. Janey Needs A Shooter

Nel periodo antecedente al disco di debutto, “Greetings From Asbury Park, N.J.” (1973), Bruce incide numerosi brani acustici, alcuni pubblicati in raccolte come “Tracks” (1998), altri rimasti inediti e custoditi nel personale archivio del cantante. All’interno del flashback musicale concettuale che permea in modo capillare la struttura del ventesimo lavoro in studio, se ne contano tre. L’insolita magia «di registrare una canzone scritta cinquanta anni fa» è già sprigionata dalla folk song “Janey Needs A Shooter”, tradizionale storytelling di uno spaccato sociale inficiato dal ribaltamento del bene e del male. La ragazza – che, per intenderci, potrebbe voltarsi anche al nome di Candy o al soprannome di Jersey Girl – si rivolge a un sicario per chiedere protezione da chi, per proprio ruolo, quella protezione dovrebbe garantirla. Attraverso l’arma potentissima dell’armonica e dalle sue fessure d’ottone, si approda direttamente nei luoghi fisici ed emotivi abitati dalla protagonista. Il “killer-eroe” salva Janey in un abbraccio che non può non riportare alla mente l’emozionante finale del video di “Human Touch”.


5. Last Man Standing

È di nuovo il momento di scorrere le pagine dell’album fotografico, in un continuo ruotare di lancette, in senso orario, in senso antiorario. Ancora un attimo! Fermo lì! Ecco i Castiles, in un’istantanea bicromatica, dai bordi ingialliti. E la Route 9, le luci accese sulla Legion Hall, sul pubblico del campo caravan di provincia, in visibilio. «Un pomeriggio ero a casa in South Street, quando qualcuno bussò alla porta. Era George Theiss, un chitarrista e cantante che avevo visto all’Elks Club. Tramite mia sorella aveva saputo che suonavo la chitarra: volevo fare il solista della band che stava formando?» – ricorda Springsteen nell’autobiografia. «Attraversammo la città fino a una shotgun house in Center Street. Fu proprio in quel quartiere che io e la mia chitarra entrammo nella nostra prima vera band. Per il nome Castiles c’eravamo ispirati allo shampoo usato da George». Ecco George Theiss, imperitura miccia del destino. Lo stesso destino che, foto dopo foto, ad oggi, si posa sul ritratto solitario dell’ultimo rappresentante di quel gruppo, sul palco e nella vita.

Nonostante il taglio dell’inquadratura, l’espressione di Bruce Springsteen – Last Man Standing – è un insieme di tratti eterogenei: nodi di pensieri si legano a rughe vigorose, per aprirsi in un impercettibile sorriso di riconoscenza. Alle sue spalle, una fitta nevicata e il profilo di un palazzo. Che la città sullo sfondo dell’artwork sia New York, lo rivela Danny Clinch, fedele fotografo del Boss da anni: «Gli scatti risalgono al 2018, quando Bruce era in città per gli show di Broadway. Volevo immortalare quel periodo e lui ha acconsentito. Come riferimenti, continuavano a riapparire il Dakota Building, dove visse John Lennon, vicino alla 72a Street West Side, e la foto di Richard Avedon a Bob Dylan, a Central Park. Un unico frangente, avvolto nel cappotto di un uomo in piedi». Avviene un miracolo simile, quel giorno. L’imprevista bufera di neve funge da scenario cinematografico, così gli imprevisti si dimostrano coincidenze. «Iniziamo, nonostante il ritardo. La foto in questione è stata scattata pochi minuti dopo il suo arrivo in taxi» – riporta Danny. «Ho rivisto quel momento, percorso qualche metro di distanza: dinnanzi a me Bruce, la linea degli edifici e del Dakota all’orizzonte. Stop! Scattiamo!».

Il video di “Letter To You”, invece, è girato da Tom Zimny e documenta parte della registrazione in studio. È corredato dalla ripresa dall’alto su una figura che cammina attraverso un bosco innevato, non lontano dalla tenuta in New Jersey. Il tutto risale al febbraio 2020, prima del lockdown. Nell’impossibilità, poi, di partecipare ad un nuovo shooting, il Boss ha giocato l’asso nella manica, grazie alle foto nella Grande Mela, mai pubblicate. Stessa ambientazione invernale, interiore ed esteriore, perfetta per la promo e per la copertina del disco. «A Central Park non mi sentivo soddisfatto del risultato» – rivela, infine, Clinch – «Tuttavia, ora, quando riguardo quell’immagine, è come se tutto sia al proprio posto, in uno scenario senza tempo già senza tempo». Perché la neve, si sa, nasconde ma non cancella mai nulla.


6. The Power Of Prayer

Una pausa, un respiro, come giro di boa del disco. “The Power Of Prayer” scorre fluida nel reiterare il tema della fede, uno dei pilastri del modus vivendi dell’artista (“Springsteen on Broadway” si conclude con la preghiera del Padre Nostro). «Puoi allontanarti dalla religione ma non puoi perdere la fede» – ha sottolineato egli stesso, in una recente intervista per Apple Music. Una risorsa spirituale infrangibile perché connessa, anche, con le molecole del proprio DNA: «Ecco che suonano le campane. Il mio clan si riversa fuori dalle case, per strada. Un matrimonio, un funerale o un battesimo. Ci mettiamo in fila sul vialetto della chiesa, ad aspettare. Io e mia sorella raccogliamo fiori e riso da terra, da conservare in sacchetti di carta per gettarli addosso a degli emeriti sconosciuti un altro giorno. Mia madre è emozionata, il volto luminoso. A nove, dieci anni siamo già esperti dei riti della chiesa. Riso o fiori, chi arriva e chi se che se ne va, paradiso o inferno: qui, all’incrocio tra la Randolph e la McLean, le abbiamo viste tutte».


7. House Of A Thousand Guitars

Le melodie da carillon di Bittan spalancano le porte della casa delle mille chitarre, un luogo sacro custodito tra le mura della traccia preferita del cantante, che confessa: «È il brano a cui sono più affezionato perché custodisce e preserva il nucleo familiare creato dalla musica, quella grande abitazione che assume le sembianze del pub in città, del palco in legno logoro del bar di periferia, del prato urlante di uno stadio. La scintilla del sabato sera come primo mattone di una dimora includente e comprensiva, dove il suono è senza fine e anime uniche, ma simili, si ritrovano per cantare, ballare, gioire, soffrire insieme».

«Il mio lavoro, la mia passione, ciò a cui mi sono sempre dedicato è sinonimo di responsabilità e onore. Dopo la prima volta di fronte ad un pubblico, la vita non sarà più la stessa. Cambia la modalità di rapportarsi con gli altri, di guardare il mondo. Capisci che la missione, da lì in poi, sarà quella di accogliere, comprendere, dare voce a migliaia e migliaia di persone con valori, storie, preoccupazioni differenti, accomunate, però, dallo stesso desiderio di condivisione e da un pizzico di follia. Ecco, durante un concerto, alla gente, le cose non gliele puoi dire, gliele devi dimostrare»


8. Rainmaker

Su un sinistro pattern sonoro blues, intervallato dal tintinnio di uno scaccia pensieri e da un tono deciso, quasi rabbioso, viene introdotto l’unico input del disco più esplicitamente politico. Protagonista è un demagogo che sovverte la realtà, approfittando della debolezza del popolo che, talvolta, sembra aver bisogno di credere in qualcosa di negativo («Rainmaker says white’s black and black’s white / Says night’s day and day’s night / Says close your eyes and go to sleep now»). Inevitabile il collegamento con l’attualità statunitense e le imminenti elezioni del nuovo presidente. Springsteen, come gran parte degli artisti americani, ha espresso il suo totale appoggio nei confronti del candidato Joe Biden e denunciato il riprovevole operato di Donald Trump: «Il Paese guida della democrazia è stato distrutto da questa amministrazione. Abbiamo abbandonato i nostri amici, fatto amicizia con i dittatori, negato la scienza e il cambiamento climatico. È di vitale importanza ricominciare da capo».


9. If I Was The Priest

Siamo al cospetto del secondo inedito da collezione, rispolverato dal passato e riarrangiato dalla E Street Band. Un apporto più che mai tangibile che si declina su un’evidente impalcatura corale e strumentale, preambolo immaginario di arene e live. Un nuovo corso da tracciare, come confermato dalle parole di Steve Van Zandt: «Dopo la transizione di The Rising, Magic e Working on a Dream, Bruce si stava piano piano disabituando a pensare a se stesso come a un artista solista. Ha di nuovo fiducia negli altri musicisti e si comporta come un membro del gruppo. Ora finalmente siamo tornati a pensare come una band. Ci sono voluti 37 anni, dico io. È un ragazzo lento. Diciamo che è stata una cosa… deliberata». Il glockenspiel, gli accordi colmi di organo, gli assoli di Jake Clemons, incisi di libertà e gridi di battaglia, come quelli di Clarence, Big Man. Sì, è la più strabiliante bar band dell’universo, una forza della natura, quella per cui 1+1 = 3.


10. Ghosts

Ci sono canzoni che nascono già come classici. “Ghosts”, secondo singolo estratto da “Letter To You”, rientra in questa categoria. Al primo ascolto, in una specie di meccanismo maieutico, le sue frequenze sono già sintonizzate nel dialogo tra atrio e ventricolo. Da una dimensione lontana, mistica, giunge l’eco di una chitarra, colonna sonora di ricordi indelebili. «Questo brano fa emergere la bellezza e la gioia di essere in una band e il dolore che scaturisce dalla perdita di qualcuno a causa di una malattia o del tempo. È il tentativo di parlare direttamente allo spirito della musica, qualcosa che non appartiene a nessuno di noi ma che può solo essere scoperto per poi essere condiviso insieme. Questo spirito risiede nel cuore e nell’anima della E Street Band». Una commistione professionale e umana che, nel tempo, è stata guida ed esempio delle generazioni successive di musicisti. La formula magica che recita «one, two…one, two, three, four» – nel videoclip è associato ad un frame che toglie il fiato – è diventata un’equazione matematica da imparare a memoria. Lo sottolinea Dave Grohl, nella chiacchierata andata in onda durante il programma radio del Boss: «È stata ed è tuttora l’ispirazione per eccellenza. Si respira aria di famiglia, qualcosa che va oltre il lavoro, oltre il rock ‘n’ roll. È tutto ciò a cui ho sempre aspirato e ciò che voglio continuare a fare». I due si sono confrontati anche sull’abitudine di rievocare aneddoti, avventure, accaduti divertenti. «Sono cose che abbiamo ripetuto milioni di volte…ma non ci stanchiamo mai!» – ride Springsteen. «D’altronde, se non avessimo condiviso, dalla giovinezza, così tante esperienze, anche al limite della sopravvivenza, non saremmo così indissolubilmente legati».

La mancanza dei live è uno degli argomenti prioritari. Lo ribadisce Eddie Vedder, nella stessa puntata, che coglie l’occasione per fare anche un ringraziamento speciale: «Non riuscivo a smettere di piangere quando ho visto l’abbraccio con il gruppo in studio, a fine registrazione. Non ho potuto fare lo stesso con i miei compagni ed ho realizzato quanto mi sia costato rinunciare a quel piccolo grande gesto. Grazie per aver proseguito con la pubblicazione del disco, nonostante il momento. È ciò di cui abbiamo bisogno».


11. Song For Orphans

Nella perla incastonata poco prima della chiusura del disco, è racchiuso un universo dimenticato ai bordi delle strade. Di questa traccia, definita come pre-Greetings e destinata alla natura di outtake, sono passate alla storia due performance live. La prima in assoluto, a New York, nel settembre 1972 e quella alla Sovereign Bank Arena di Trenton, nel 2005, nella penultima data del tour di “Devils and Dust”, accompagnata da una premessa: «Questa non la conoscete, eh bastardi? O meglio, forse alcuni di voi potrebbero conoscerla», riferendosi a «those of you who know more about me than I do about myself». La pubblicazione ufficiale di questa ninnananna amplificata in un disilluso brusio da saloon avviene soltanto con Letter To You. Con il vuoto incolmabile, però, dell’accompagnamento di Danny Federici.


12. I’ll See You In My Dreams

La ruota ha compiuto il suo giro, le stagioni si susseguono, la strada è ancora lì davanti, apparentemente senza fine, edulcorata dalla ripresa degli stilemi acustici d’apertura. Lo spazio onirico è l’espediente affettuoso e stilistico che rappresenta il ricongiungimento con i destinatari della dedica onnipresente nell’album: i fantasmi, le ombre delle persone di riferimento, gli oggetti e gli strumenti che parlano per loro, suonano per loro, sono prova terrestre di un addio mai compiuto. «Ricordo molto spesso ciò che sogno» – dice l’artista – «In questo contesto, tornano a farmi visita gli amici che se ne sono andati, trasformandosi nei personaggi di storie stranissime! In realtà, sono convinto che non se ne siano mai andati. Certi legami sono così potenti da trascendere qualsiasi barriera. Sono con me come risposte alle mie domande, come guide, come parte integrante della mia anima».


«Pain slips aways, love remains»

Non è una bonus o una ghost track, ma l’asserzione e l’insegnamento che Bruce Springsteen ha condiviso in merito al valore intrinseco di “Letter To You”. Che sia passato, presente o speranza per il futuro, l’amore è la foglia d’oro restauratrice e restoratrice delle crepe, anche più recondite e tormentate dell’anima. Sebbene l’epoca storica in cui viviamo lascerà un solco indelebile, sebbene sulla busta spedita dal New Jersey sembri comparire un francobollo da collezione, perché forse l’ultimo di una lunga serie, il grido di «I’m Alive» di “Ghosts” non può non arrivare forte e chiaro. È vero, la pacificazione con i propri demoni si avvicina iperbolicamente alla chiusura di un capitolo, l’ennesimo. Il Boss, però, non nasconde altri progetti, altre idee, un altro tour, già in cantiere. Perché pacificazione non corrisponde, necessariamente, con la possibilità di concedersi una pausa. Si può – si deve, dirà lui – proseguire con una consapevolezza nuova, con la trasparenza nel mostrarsi anche fragili. Da una parte la rockstar che non rinnega nessuna delle tappe del suo percorso, dall’altra l’uomo che concede la confessione più intima a coloro che, nel tempo, sono stati sempre al suo fianco: la famiglia, gli amici, la band, i fan. L’imperfezione che rende unici, che ha iniziato a cogliere e accettare, nell’accettarsi, durante il periodo stesso della corsa più veloce, durante la sua “lotta” contro “Born To Run”. È inciampato, è caduto, si è aggrappato con tutte le sue forze alle parole di Jon Landau:
«Con grande pazienza Jon tentò di spiegarmi che spesso le vie dell’ “arte” sono misteriose, e ciò che rende grandiosa un’opera può anche essere un suo punto debole, proprio come negli esseri umani alla fine mi arresi».

Bruce Springsteen - Stadio San Siro, Milano, 2016
Bruce Springsteen (Milano, 2016) – Foto di Mathias Marchioni
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