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Ricevere una telefonata inaspettata, godere della vista del mare, fermarsi di fronte ad un tramonto, indossare il proprio abito preferito. Tutti piccoli grandi scorci del quotidiano che possono cambiare, migliorare la giornata. È avvenuto qualcosa di simile, la scorsa settimana, quando – grazie ad una soffiata dell’ultimo minuto – sono corsa in edicola per recuperare “Robinson”, l’inserto culturale di Repubblica. Trovarmi faccia a faccia con l’espressione enigmatica, fiera e compiaciuta sulla prima pagina ha colmato di senso un ordinario lunedì.

“Tanti auguri Bob”, nel titolo. E pensare che, in tutto questo tempo – ottanta anni, caspita! –, per tutta la sua incredibile carriera, il legame tra e me Dylan è sempre stato “superficiale”. No, non nell’accezione negativa del termine. Si tratta di un legame rimasto in superficie – come la definisce Alessandro Baricco in “Barbari” – su una lastra di rimandi, suggestioni, frequenze di radio che si cristallizzano perché non ci si può azzardare a cambiare stazione con “Mr. Tambourine Man”. Una stretta di mano, uno scambio di sorrisi – poco accennati, sia chiaro – qualche occhiolino, un gesto di intesa. 

Un conoscente speciale, insomma. Di quelli che inviano segnali, parlano per proverbi e, così facendo, invitano a non approfondire troppo oltre il concesso. Un’indole che può scatenare l’effetto contrario, seppur legittimo, perpetrato dalla scuola di studi dylaniana frequentata da critici e fan alle prese con teorie quantistiche, bibliografie e collezioni di dischi infinite, immagini di repertorio, dibattiti accesissimi, soprattutto dopo l’assegnazione, nel 2016, del Premio Nobel per la letteratura: «È un musicista? Un poeta? Un intellettuale? Un profeta?». 

Non ho una risposta. Non esiste neppure, probabilmente. Tuttavia non posso fare a meno di accostare il nome del menestrello del rock alla parola “epifania”. L’attimo fugace che sancisce la scoperta folgorante. Succede. E non sei più lo stesso di qualche secondo prima della scintilla. Un necessario punto di non ritorno. La percezione dell’oltre che ho provato soffermandomi sulla copertina di “The Freewheelin’ Bob Dylan”, interpretandola come istantanea dell’amore adulto: un abbraccio in apparenza equilibrato tiene insieme un cuore assorto da chissà quale mondo parallelo – lo sguardo del protagonista è eloquente – ed una stretta più convinta e sognante della controparte femminile. La strada, però, rimane la stessa. La direzione, anche. 

Con “Just Like A Woman” si è spalancato il medesimo squarcio. Un essere umano elevato ad unità di misura sulla bilancia che pende tra dolore, rimpianti, coraggio e tenacia. Un inno alla sacra imperfezione riconducibile sia all’essenza più profonda dell’autore, che ha saputo trasformare sbavature stonate in sfumature identitarie, sia a quella degli esempi a cui ci si ispira, nei quali scorgiamo proprio quelle crepe di fragilità più peculiari ed eroiche. 

Ricordo bene quando ascoltai per la prima volta “Hurricane”, seduta sul sedile posteriore della macchina carica per le vacanze estive. Le strofe come estratto di verità, di vicende ed ingiustizie consumate nell’ombra. «Allora non ci dicono tutto a scuola». Crescendo, ho capito che no, non ci dicono tutto, né a scuola, né dalla scrivania di giornali e telegiornali, né dai pulpiti impenetrabili del potere. Soltanto grazie a degli uragani artistici, alcuni fatti, alcune istanze sociali, alcuni uomini possono tornare a volare liberi. 

E quanti amici in comune abbiamo, io e Bob. Quanti dei suoi capolavori sono stati sfiorati dalle timide corde di chi lo ha sempre ammirato, collocato nell’Olimpo della musica. La versione malinconica di “Girl from the North Country”, interpretata da Noah Gundersen e David Ramirez, attraverso cui ho ripercorso itinerari sofferti ma guidati dalla speranza, con il viso abbandonato ad un freddo finestrino e l’ago della bussola ad indicare il nord. “I Shall Be Released” cantata da Eddie Vedder e quel verbo così vibrante che condividono all’interno delle rispettive discografie. E poi Bruce Springsteen, l’altra anima del cantautorato americano, che si cuce addosso “The Times They Are a-Changin’” in occasione del tributo al Kennedy Center Honors. Rivedere quell’esibizione di recente, percepire la concretezza del testo che si specchia in un bicchiere di vino e nel grido del mondo intorno è stato tanto scioccante quanto indimenticabile. Perché in quel momento non mi sono sentita sola. Oltre al mio, altri due calici, altre due persone a cui voglio bene brindavano, in modo incondizionato, al cambiamento.

Ecco il potere di Bob Dylan, il talento di lasciare qualcosa a chi lo incrocia durante il cammino. La chiave di violino che diventa chiave di lettura, personale ed universale. Il tempo si ferma. O meglio, si esplica nella sua circolarità e attinge alla saggezza dei capi indiani, alle tragedie di Shakespeare, ai melodrammi della strada, sino ad arrivare a noi, sotto forma di metriche e componimenti eterni. Nessuno può avvicinarlo, nessuno può imitarlo. Bob Dylan può essere soltanto omaggiato e questo è il mio tentativo, nel giorno del suo ottantesimo compleanno.

I opened my heart to the world and the world came in” – False Prophet, Bob Dylan

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