Quando i Pearl Jam – o meglio, i Mookie Blaylock – esordirono all’Off Ramp Cafè, il 22 ottobre 1990, tra il pubblico aleggia un quesito ingombrante, quasi quanto la timidezza del nuovo cantante, Eddie Vedder: «Chi è quel ragazzo? È abbastanza in gamba per prendere il posto di Andy Wood?». Se, da una parte, l’aurea carriera della “band fenice” nata dalle ceneri dei Mother Love Bone assicura una risposta affermativa, dall’altra, l’espressione “prendere il posto” non è del tutto corretta. Nessuno ha mai potuto sostituire Andrew Patrick Wood, nato a Columbus, l’8 gennaio 1966, e destinato alla grandezza e alla stoffa da rockstar. L’inventore del grunge, per la precisione, e il sottomarino con cui si è inabissata la sua innocenza, come confessato da Chris Cornell

Innocenza che si manifestava attraverso il desiderio di farcela, di emergere e riemergere in superficie, di cavalcare la cresta dell’onda di un mare artistico strabordante, a Seattle, tra la fine degli anni Ottanta e primi anni Novanta. A proprio modo, rimanendo se stesso. Una crisalide di lustrini e vesti stravaganti, inconfondibili, guscio di un’anima alimentata dall’arte, dalla sensibilità, dal dolore. Trittico sacro dipinto e decorato da foglia d’oro, da parole d’oro e dalla musica, la sola lingua in grado di comunicare universalmente, il solo stendardo da sventolare, la sola forza che unisce ed eleva. E come si elevava lui, brandendo il microfono come bacchetta magica, trasformando locali più o meno affollati in arene urlanti, cantando di cuscini gelidi, di sguardi alle stelle, di ballerine dal sorriso sbavato e di quel “tipo d’amore”, del suo “tipo d’amore”, motore potentissimo e consapevole dannazione alla solitudine.

La mano fra i capelli per sfilare ed appoggiare la corona della gloria, una volta sceso dal palco, e indossare la corona di spine del quotidiano, della dipendenza. Ferite dal sangue vivo, zampillante, medicate con cura dall’altra metà della mela, Xana La Fuente. Dall’ispirazione, il confronto e il supporto di quelli che sarebbero diventati – insieme a lui, dopo di lui – i nomi più celebri del grunge. L’amicizia fraterna, una su tutte, quella con Chris Cornell. Gli abbracci nei backstage, gli occhi ricolmi di sogni, le risate incredule. Facce di una stessa medaglia così luminosa da proiettare altrettante ombre, spettri titanici, traiettorie sconnesse, intricate e beffarde che si incrociano e si spezzano, fino all’ultima linea, l’ultimo respiro, l’ultimo sibilo, l’ultimo battito. Era il 19 marzo 1990 e le frequenze della KSW, la radio rock della città, davano la notizia della morte di Andy Wood.

Tuttavia, ciò non ha decretato la fine del gruppo. I Mother Love Bone hanno davvero conquistato il mondo. La presenza dell’uomo dalle parole d’oro è stata ed è ancora tangibile nei caratteri cubitali e nei colori iconici del murales nella West Seattle, nella citazione diventata band celebrativa, i Temple of the Dog, nella maglia arancione indossata da Layne Staley nel video di “Would”, nei versi sospesi di “Far Behind” dei Candlebox, nell’osmosi che si crea quando i Pearl Jam suonano “Crown Of Thorns”. E nella dichiarazione della sua fidanzata, sulle scene finali del documentario “Malfunkshun –  The Andrew Wood Story”: «Se potessi parlargli ancora, gli direi che lo amerò per sempre». Lo faremo anche noi. Buon compleanno, Love Child.

Walk tall, or don't walk at all.